L’obiettivo e la parola (1995)

Quaderni del Seminario di Filologia Francese 
(i testi sono riprodotti per gentile concessione delle Edizioni Ets di Pisa in coedizione con le Edizioni Slatkine di Ginevra)

I contributi qui raccolti sono il risultato di un convegno (Firenze, Palazzo Medici-Riccardi, 10-11 dicembre 1993), a sua volta conclusione di un seminario snodatosi nell’arco di un anno, durante il quale è stato possibile ascoltare e discutere contributi di critici ed artisti che, a diversi livelli, stanno affrontando una delle questioni capitali per l’arte di oggi: quella della rappresentazione. Questione che Georges Braque aveva colto perfettamente quando scriveva: “Il y a des gens qui disent ‘que représente votre tableau?’… Quoi?… Il y a une pomme, c’est entendu, il y a… Je ne sais pas… Ah! Une assiette; à côté…’. Ces gens-là ont l’air d’ignorer totalement que ce qu’est entre la pomme et l’assiette se peint aussi… Cet ‘entre-deux’ me paraît un élément aussi capital que ce qu’ils appellent le rapport de ces objets entre eux et de l’objet avec ‘l’entre-deux’ qui constitue le sujet”. La frase di Braque sottolinea non solo la fine del realismo della rappresentazione, ma anche la fine della credibilità del racconto. Ciò che vediamo non ha necessariamente un rapporto con il soggetto del quadro: questo è scomparso, ma è scomparso anche l’oggetto. Alla fine della sua vita, Cézanne ripeteva che bisognava affrettarsi se si voleva vedere ancora qualche cosa, perché tutto stava sparendo. Tutto è veramente sparito? Peter Handke sembra pensare di sì, quando si chiede quale oggetto, oggi, sia ancora «materia per gli occhi», concludendo che, alla fine, gli oggetti possono restare reali solo in virtù di un atto di fede. Forse la fede nella pittura o nella scrittura, la stessa che rendeva così caro al cuore e allo sguardo di Cézanne quel poco che restava. Nella stessa situazione si trova oggi il lettore, lo spettatore di cinema, video art, fotografia, arti plastiche. Di qui il titolo del volume (e prima ancora del convegno). La metamorfosi del concetto di realtà, quale ci viene proposta da larga parte dell’arte contemporanea (e che Braque ha perfettamente sintetizzato), ha come causa – o forse come conseguenza – il fatto che gli oggetti, benché molto presenti – e quasi invadenti – occupano uno spazio più mentale che fisico e che la loro presenza procede da una rete instabile di relazioni o di contrasti. L’immagine, insomma, non è il calco attestante l’esistenza di una realtà ad essa precedente (Kafka diceva che bisognava fotografare le cose per cacciarle fuori dalla mente), ma il risultato di giochi di squilibri (o di equilibri precari) che rendono esplicito lo scarto incolmabile esistente fra l’immagine e le cose del mondo. Porsi degli interrogativi sul senso della realtà, superando l’apparente mimesi proposta dalla fotografia, dal cinema o dalla televisione (interrogativo pertinente se si pensa alle applicazioni delle immagini virtuali), significa superare l’aspettativa (o la nostalgia) di una rappresentazione esatta del reale – il «ça a été» di Barthes. Il luogo di questa nuova realtà è lo spazio dell’«entredeux», di cui parla Braque, luogo di tensioni, di assenze, segnato da tracce che chiedono di essere decifrate. Spostare il centro dell’attenzione dal visibile al meno visibile o al non visibile, dal centro agli interstizi, ai margini, vuol dire capovolgere un ordine che non coinvolge solo quello della rappresentazione. Una delle linee direttrici della cultura artistica attuale mi pare si trovi proprio nel ribaltamento del rapporto fra oggetto e soggetto, fra opera ed osservatore; quest’ultimo si situa di fronte all’immagine non più come impronta nitida di una realtà rappresentabile o dicibile, ma come ad uno spazio vuoto, ad un silenzio; senza lo sguardo – l’invenzione, l’attenzione – dello spettatore, la realtà non avrebbe alcuna profondità. La vibrazione comunicata dall’osservatore allo spazio e al tempo interni all’immagine, fa implodere l’immagine stessa, provocando la sua disgregazione. La scrittura non solo riflette gli stessi processi ed usa – in modo più o meno esplicito – le stesse strategie deformanti o «formative» (Arnheim) messe in atto dalle discipline visive, ma si confronta con la evocazione di un referente assente o indicibile, cercandone la presenza negli interstizi del linguaggio. Lo spazio fra scrittura e disegno può essere colmato? Le immagini sono comunicabili attraverso la parola? Foucault, a proposito di Magritte, non ricordava forse che si ha un bel cercare di dire quel che si vede, quel che si vede non si trova mai in quel che si dice? Il rapporto tra immagine e parole, sul quale Deleuze ha scritto pagine essenziali per l’impostazione del problema, non si configura entro le sponde della reciproca illustrazione, ma della tensione esistente tra visibile ed invisibile. Dagli spazi dell’«entre-deux», lo sguardo si protende oltre il visibile, mentre la parola scivola verso le sue frange, filamenti sonori che la collegano a quanto sta ‘fra’ le parole. Allo spettatore e al lettore spetta il compito di costruire la forma e il senso, pur provvisori, di questo luogo in continua espansione. B. E.

Sommario (cliccando sul titolo di ogni articolo, è possibile scaricare il relativo pdf)

1. Image et réalisme (Áron Kibédi Varga)

2. La fotografia. La tradizione letteraria e il mito del personaggio (Arturo Carlo Quintavalle)

3. Zola et le regard photographique (Silvana Turzio)

4. Paul Valéry e la fotografia (Valerio Magrelli)

5. Paul Gauguin. Les mots du Peintre (Catherine Maubon)

6. Georges Bataille. Dal pittogramma all’enunciato (Carlo Pasi)

7. Il bluff dell’immagine. Il caso Genet (Brunella Eruli)

8. L’occhio tagliato: da Max Ernst a Louis Buñuel (Giovanna Angeli)

9. J. L. Godard et la part maudite de l’écriture (Philippe Dubois)

10. Filmare Caproni (Giuseppe Bertolucci)

11. Gary Hill: les mots-images (Raymond Bellour)

12. Le cadre et le reflet (Alain Fleischer)

13. La fotografia de-scritta (George Tatge)

14. Cascatore per filosofi? (Gianfranco Baruchello)