A cosa serve la letteratura? / À quoi sert la littérature?

La questione fondamentale che riguarda lo statuto della letteratura ha costituito un oggetto d'indagine ricorrente nella storia della cultura occidentale. Solo in Francia, negli ultimi due secoli, sono apparse tre opere intitolate emblematicamente: Che cos'è la letteratura? (Lamartine, Charles Du Bos, Sartre). Ma la domanda evidentemente non ha mancato di suscitare un vivo interesse anche altrove; si pensi a Del Principe o delle lettere di Alfieri o alla Missione del Dotto di Fichte, per fare solo alcuni esempi. Ogni volta, in epoche e contesti storico-culturali differenti, si è trattato non solo di individuare l'essenza della letteratura, ma anche di stabilire quale fosse la sua funzione all'interno della società (Que peut la littérature?, Paris, 10/18, 1965).

In questo inizio di millennio tale problematica sembra imporsi con particolare urgenza nel nostro paese, anche perché la riformulazione dei programmi di studio in seguito alla riforma universitaria penalizza sempre di più la letteratura. Gli studi letterari, che sono stati a lungo posti alla base della formazione della classe dirigente, appaiono sempre più marginali negli obiettivi formativi dell'istruzione superiore. Il parere di studiosi, letterati, artisti, scienziati e uomini di cultura in merito a questa problematica è senz'altro di fondamentale importanza per comprendere a che cosa serve la letteratura oggi.


La question fondamentale du statut de la littérature a fait l'objet d'une réflexion constante dans l'histoire de la culture occidentale. En France seulement, au cours de ces deux derniers siècles, ont paru trois œuvres intitulées: Qu'est-ce que la littérature? (Lamartine, Charles du Bos, Sartre). Mais ailleurs aussi, cette question n'a pas laissé de susciter un vif intérêt: que l'on pense au Del Principe o delle lettere de Vittorio Alfieri, ou au texte Bestimmung des Gelehrten de J. G. Fichte, pour ne citer que ces deux exemples. à des époques différentes et dans différents contextes socio-culturels, il a toujours été question non seulement de cerner l'essence de la littérature, mais aussi d'établir sa fonction au sein de la société (Que peut la littérature? , Paris, 10/18, 1965).

En ce début de troisième millénaire, cette problématique se pose de manière d'autant plus pressante que les programmes de formation universitaire pénalisent toujours plus sévèrement la littérature. Les études littéraires, qui ont toujours été à la base de la formation des classes dirigeantes, sont reléguées en marge de l'instruction moyenne et supérieure. Sur ce sujet, la réflexion des hommes de lettres, mais aussi des hommes de sciences, des artistes, des intellectuels sera précieuse pour mieux comprendre à quoi sert la littérature aujourd'hui.




Stefano Agosti
critico letterario

Apparentemente non serve a nulla, se non a soddisfare il narcisismo del Soggetto che la pratica, magari dietro lo schermo dell'impegno e della funzione sociale o, viceversa, della conservazione di sé. In realtà essa adempie a un compito ben preciso: quello di saggiare la somma di virtualità immanenti al linguaggio, nell'ambito della lingua in cui questo si incarna e di cui il linguaggio comunicativo non sfrutta che la minima parte. È il luogo perenne di sperimentazione delle possibilità di una lingua naturale, a volte portata sino al limite del sistema o anche al di là. Ad esempio, per la sintassi, Mallarmé sollecita la lingua francese sino a trasformarla quasi in una lingua desinenziale, mentre, per il lessico, Joyce perviene a una sorta di meticciato verbale, in quanto prodotto di una immane migrazione delle parole da un punto all'altro del pianeta e del tempo.

Viene così cancellata l'idea (o il luogo comune) che la letteratura sia un ornamento del linguaggio: dalla grammatica al lessico allo stile, essa si investe, grazie alla predetta sperimentazione, di una funzione squisitamente conoscitiva. Basti ricordare, in proposito, le osservazioni di Proust su Flaubert, le cui innovazioni grammaticali hanno rinnovato - secondo Proust - la nostra percezione delle cose quanto Kant con le sue categorie della conoscenza.

A questo punto, dovrebbe risultare evidente che la letteratura e lo studio di essa non solo non possono essere posti in secondo piano nell'ambito della formazione universitaria, ma devono invece venir considerati come fondamentali proprio nella prospettiva di una corretta, aggiornata visione delle strutture del sapere.

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Françoise Bagot - Michel Kail
philosophes

Hors les banalités d'usage liées aux pouvoirs bienfaisants de la culture et du beau verbe ou l'impérieuse nécessité de ne pas laisser se perdre un patrimoine, c'est sur ce qu'est la rencontre entre une œuvre et son lecteur qu'il faudrait insister. Sur ce qu'elle peut être, ce qu'elle recèle potentiellement, infiniment, exponentiellement.

L'acte de lecture, c'est l'auberge espagnole, chacun y apporte ce dont il est porteur: l'enseignant et l'étudiant.

La richesse de lecture de l'un accroît la richesse de lecture de l'autre, c'est évident dans le sens enseignant enseigné, mais l'enseignant y gagne aussi, s'il consent à se laisser étonner par les réactions parfois décalées de son auditoire. S'il part du principe que ces regards sont tout sauf idiots, lui-même sera rapidement conduit à s'interroger sur ses propres interprétations… et à les creuser, les approfondir, ouvrir des portes peut-être insoupçonnées.

La liberté (soumise à conditions et dont l'enseignant – passeur et guide - est le garant du fait de sa meilleure maîtrise, toute provisoire, des instruments de lecture) de l'un et de l'autre s'accroît dans la rencontre qu'est la lecture, dans l'effervescence de cette action conjointe qui n'est pas une simple transmission de celui qui saurait à celui qui ne saurait pas.

Par cet acte de lecture spécifique auquel elle invite, la littérature offre l'occasion d'une expérience décisive de la liberté, une expérience qui permet d'échapper à la fausse évidence des "propriétaires" qui ont décidé une fois pour toutes que "ma liberté devait s'arrêter là où commence la liberté des autres". Cette formule, qui propose une liberté repoussoir bien décourageante, ne fait que transposer un constat selon lequel mon champ s'arrête là où commence celui d'autrui. La littérature n'aime pas la propriété, le propre, et nous apprend que la liberté des autres (lecteurs) étend la mienne à l'infini.

On peut ainsi croire à la production de lectures en palimpseste où chaque nouvelle lecture se charge des précédentes, le travail reprenant là où d'autres l'ont laissé.

La construction du sens n'est alors jamais achevée et la mission de cet enseignement est peut-être de rassurer les lecteurs novices, de les assurer dans leurs approches, de leur faire tâter leur liberté de lire, leur liberté de produire du sens, leur puissance de lecture.

Mais pour exercer sa liberté de lecteur, il faut de la conscience, de la compétence, de l'effort, de l'acuité, de l'usage. Il faut apprendre à voir, se laisser guider un moment.

C'est à cette condition que les mots des uns comme des autres peuvent ne pas se résoudre dans l'univoque. Ils miroitent, ils s'affinent, résonnent dans la "ténébreuse et profonde unité" des affects, leur font écho, les appellent, les cisèlent à leur tour, les produisent peut-être, engendrant une nouvelle effervescence qui n'est plus celle du lire mais du vivre.

C'est peu dire alors que de dire que la littérature me donne les mots pour le dire…

Enseigner la littérature, c'est susciter ces rendez-vous-là, rendez-vous entre des livres relus et à relire et des lecteurs lisants et relisants, entre des mots écrits d'une seule main et lus par des milliers d'yeux riches de milliers d'affects. La lecture littéraire est miroitement, échange, offre et don, don et contre-don à visée exponentielle…

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Carlo Bernardini
fisico

Il problema di cui voglio scrivere è molto semplice da dire e forse impossibile da risolvere. Intanto, lo dico: potrebbe essere utile; e stimolare in qualcuno idee che a me non vengono nemmeno in mente. C'è chi lo chiama, riduttivamente, il "problema della divulgazione"; ma in realtà è molto più generale di così: è il problema che ha consumato per secoli l'impegno umano nella trasmissione della cultura tra generazioni consecutive. Le cose stanno all'incirca così: nel corso dei secoli, viene sviluppato un linguaggio (che chiamerò "di elaborazione", LdE) diverso da quello di uso comune (che chiamerò "di comunicazione" LdC). I due linguaggi differiscono profondamente: il LdC serve, nell'impiego soggettivo, per la formulazione di registrazioni memorizzabili di informazioni (fatti, opinioni, idee, corredate di valutazioni: giudizi estetici, morali, di attendibilità, talvolta di utilità soggettiva, ecc...); e per lo scambio di quelle informazioni, nell'impiego intersoggettivo. Il LdE, invece, usa le informazioni, particolarmente quelle della realtà circostante, per elaborarle secondo procedure concepite e collaudate al fine di conseguire, secondo una successione di argomentazioni riproducibili e logicamente analizzabili, risultati non contenuti già nelle informazioni di partenza. Il LdC è essenzialmente un linguaggio proposizionale, cioè costruito con parole per ottenere regole minimali di senso che, usando come "atomi del discorso" gli elementi di un vocabolario più o meno esteso e condiviso, rendono la comunicazione comprensibile a più parlanti. Il LdE, invece è essenzialmente un linguaggio formale, simbolico, che, usando regole di manipolazione logica autoconsistente di un repertorio di simboli condivisi (per significato e per uso) rende manifesta una conclusione verificabile degli assunti di partenza: non è difficile verificare che il contenuto dominante del LdE è soprattutto equivalente alla proposizione inespressa "se…allora", di cui riempie i puntini (possiamo chiamare forse "equazione primordiale" questa tacita proposizione eccezionale. Non è difficile riconoscere, in queste definizioni sommarie, al LdC lo status di strumento di base della cosiddetta "cultura umanistica" e al LdE quello di strumento di base della cosiddetta "cultura scientifica". Naturalmente, le semplificazioni che soggiacciono a questa bipartizione dei linguaggi sono numerose: sia il LdC che il LdE esistono in numerosi "dialetti", identificabili con le varie discipline di quelle "due culture" di cui tanto si è parlato in passato (1) (con qualche resistenza ad ammetterne l'esistenza come se fosse un "difetto di fabbrica" del cervello umano). Ma, in generale, sia il problema della divulgazione che, almeno per certi aspetti, il problema della didattica e della trasmissione intergenerazionale della cultura scientifica altro non sono che esempi "storici" di tentativi di traduzione di un LdE in LdC. Nella divulgazione, la traduzione è prescelta e adottata partendo dall'assunto, peraltro indimostrato, che il LdC goda di accettazione (comprensibilità) generalizzata; nella didattica, la traduzione è richiesta nell'ipotesi (indimostrata) di favorire e agevolare – o, addirittura, rendere semplicemente possibile - l'accettazione del LdE nella sua presentazione da parte di un docente a chi ancora non lo possiede (discente). È ben vero che anche il LdC ha varie forme specialistiche (giuridica, filosofica, letteraria, ecc...) ma la molteplicità comporta solo, in quei casi, un problema di riduzione a un vocabolario essenziale comune, come quella propugnata efficacemente da Tullio De Mauro con il suo Vocabolario di Base (2): la comprensibilità del pensiero trasmesso (opinioni, fatti, giudizi, ecc...) è affidata a un nucleo di parole di alta utilizzazione nella popolazione omofona. Anche questa operazione è a volte chiamata "divulgazione", ma impropriamente; la chiamerei piuttosto "esperimento di accessibilità semantica elementare" (abbreviabile simpaticamente in ease). Al contrario, la divulgazione in senso stretto, pur tentando quasi sempre la traduzione di un LdE in un LdC (e non ci riesce quasi mai!), ha il difficile compito di trasferire il "potere di inveramento" di un LdE in un discorso in cui questo potere può solo essere postulato, senza che il lettore si impossessi della sua vera natura.

Prendo l'occasione, qui, per suggerire una possibile origine di questa dicotomia linguistica, con una congettura ingenua ma che mi è sempre sembrata convincente. Un linguista molto noto, Steven Pinker (3) (un divulgatore?), sottolinea che il linguaggio proposizionale che forma il cuore del LdC è un effetto ritardato del rapporto culturale tra genitori e figli; il cervello dei neonati è immediatamente attrezzato a registrare linguisticamente la realtà (4), ma lo fa in una sorta di "linguaggio macchina", sconosciuto, che per comodità possiamo battezzare mentalese. Il mentalese produce rappresentazioni mentali più o meno riproducibili nel soggetto che lo adopera e non ha, inizialmente, alcun connotato proposizionale (cioè nessuno dei caratteristici riferimenti a una cultura pregressa, che richiede di appoggiarsi a un vocabolario acquisito). Si direbbe che il mentalese sia un LdE, perché – come ha fatto osservare Bertrand Russell (5) - il suo fondamento è la cosiddetta "inferenza fisiologica", la forma più primitiva di pensiero induttivo; che ha radici profonde in una sorta di istinto che spinge gli esseri viventi a elaborare relazioni di causa-effetto, (il "se…allora") anche rudimentali, in vista della utilità biologica (sopravvivenza in ambiente complesso). Il mentalese, non essendo proposizionale e tramutandosi solo molto dopo in un LdC (lentamente, almeno un anno dopo, e con un cospicuo numero di distorsioni semantiche) produce comunque tracce indelebili negli individui, i quali lo lasciano a volte sonnecchiare quando il LdC mostra loro la sua flessibile comodità: è grazie al LdC che gli individui partecipano con vantaggio alla vita associata, mentre se vivessero da soli in un ambiente naturale converrebbe loro molto di più (e lo farebbero in modo naturale, spontaneo) sviluppare un LdE. Si deve osservare che tutto ciò che entra nel LdC in questa fase precoce è eminentemente proposizionale: la religione, per esempio; ma anche quell'esercizio, più innocuo e meno invasivo, che sono le fiabe e le manifestazioni ludiche; e poi, il compiacimento per la condizione evoluta raggiunta, in termini di storia, di felicità collettiva, di sicurezza e così via. In un certo senso, il bambino avverte che il possesso di un LdC è molto comodo e rassicurante sotto l'aspetto delle relazioni umane; proprio mentre il mentalese sta incominciando a mostrare tutta la fatica che è necessaria per farlo funzionare. Ebbene, se la comprensione delle scienze richiede una riattivazione del mentalese e dei suoi meccanismi di formazione e impiego, è più che naturale che la Scienza e il suo linguaggio siano oggetto di rifiuto: in un certo senso, la "responsabilità" di dotarsi di un linguaggio, per giunta senza parole, che punta alla credibilità delle proprie affermazioni è scaricata sull'individuo e sottratta alle convenzioni e agli appigli delle convinzioni dichiaratamente condivise. Questa congettura, nella sua ingenuità, non è da meno della convinzione di molti esperti che la didattica delle scienze debba svolgersi in qualche tipo di laboratorio: la presenza condensata della realtà nel contesto scolastico e la necessità di adoperare l'induzione per capirla riattiverebbe (a me sembra) il mentalese assopito. La divulgazione, invece, attira per lo più i ragazzi motivati, soddisfa curiosità mista a disappunto per l'incompletezza dell'informazione e non contribuisce apprezzabilmente a fare funzionare il mentalese: non a caso, la divulgazione abusa spesso di uno strumento tipico del LdC, la metafora. La matematica, poi, in questa vicenda di crescita culturale, si presterebbe come linguaggio naturale delle rappresentazioni mentali che, a differenza del LdC, avrebbero struttura simbolica, iconica, provvista di nessi dettati dall'informazione stessa. Insomma, una versione embrionale di LdE. Ma si scontra con l'innegabile difficoltà comparativa rispetto al LdC, senza che il soggetto si renda conto del perché ciò che si può fare con un LdE non si può fare con un LdC: il rifiuto nasce certamente da qui. Che fare, allora? Possiamo, almeno, discuterne? Non pretendo che ciò che qui ho liberamente espresso sia "vero" o "utile" a una riflessione sui problemi della didattica e della divulgazione – e dunque dll'attrazione di giovani menti nella sfera della competenza scientifica – ma credo che se non ci decidiamo ad analizzare il cuore del problema le scienze resteranno a lungo nella increciosa posizione culturale degli specialismi delegati e ritenuti compatibili con un generale analfabetismo specifico.
Roma, 4 dicembre 2006

Note

(1) C. B., T. De Mauro, Contare e raccontare , Laterza 2005; E. Bellone, La scienza negata, Codice 2005.

(2) T.De Mauro, Il Vocabolario di Base della Lingua Italiana , Editori Riuniti, 1979.

(3) S.Pinker, L'istinto del linguaggio , Mondadori, 1997.

(4) J. Mehler, E. Dupoux, Appena nato, Mondadori 1992.

(5) B.Russell, Sintesi filosofica, La Nuova Italia, 1973.


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Silvia Carandini
storica del teatro

La letteratura, così come l'arte, potrebbe anche non servire e avrebbe ugualmente un posto importante nella vita degli individui, per il semplice diletto che procura, per l'evasione che assicura, per il paesaggio interiore che coltiva e la nota segreta che lascia dietro di sé.

Ma poi la letteratura, così come l'arte, serve per vivere. Nell'esperienza dei giovani, in particolare, fin dalla prima infanzia, il mondo immaginario creato dalle favole, dai racconti, dai romanzi, dalle poesie, ha un ruolo fondamentale per crescere, è un nutrimento della mente e del cuore, una chiave per leggere il mondo, per stare al mondo, per far fronte alle prove inevitabili che conducono all'età adulta. L'immaginario accumulato, allora, sedimentandosi costituisce un serbatoio di immagini, di figure, di luoghi indimenticabili, più veri di quelli reali, più efficaci nel costituire percorsi stabili della memoria, legami indelebili tra età e momenti diversi della vita. Tutti noi ricordiamo, credo, i libri che ci hanno affascinato da bambini con il racconto, anche adattato, dei capolavori letterari. Ricordiamo il fascino esercitato dalle illustrazioni, quando ancora non si sapeva leggere, poi la seduzione di parole che magicamente facevano fiorire un universo, davano vita a personaggi da ammirare, amare, temere o detestare.

La letteratura così vissuta poi seguita ad accompagnare l'adulto, lo riconduce alla fantastica disponibilità infantile, lo trascina oltre la realtà grigia del quotidiano, offre rifugi a portata di mano, apre gli orizzonti di infinite altre vite.

La fame di letteratura nasce certo in famiglia, dall'esempio, dalla presenza avvolgente dei libri nella casa. Oggi è diverso, purtroppo, e le cause sono tante.

Tanto più allora la letteratura oggi va insegnata, a scuola, nell'istruzione superiore, all'università. Per indurre, se possibile, quel bisogno vitale, per insegnare a scegliere, a distinguere i libri veri da quelli fasulli, per insegnare il raccoglimento necessario, la consuetudine con i capolavori, la loro interpretazione, la loro storia.

L'edizione tascabile che ci portiamo appresso e che in ogni luogo possiamo tirare fuori per immersioni anche rapide, mentre l'autobus corre, mentre si attende il medico o l'impiegato di turno, è l'emblema del rapporto dell'uomo moderno con la letteratura, l'emblema modesto ma efficace del bisogno di letteratura, per sopravvivere agli incubi metropolitani.

In un mondo che moltiplica le reti di comunicazione e le occasioni fittizie di svago, la letteratura offre argini preziosi alla banalità e strumenti efficaci per penetrare la crosta del consumo culturale. Come i sassolini di Pollicino seminati nel bosco, può servire a ritrovare la via nella foresta intricata del vivere contemporaneo, delle moderne tecnologie e dei media .

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Marina Colonna
Prof. di Economia all'Università Federico II di Napoli

Tra le arti, la letteratura è forse quella che meglio riflette i sentimenti e le passioni su cui si è costruita la nostra civiltà. In questo senso, è l'altra faccia della Storia: ci racconta, a livelli più profondi, da dove veniamo. E questa è una consapevolezza e un sapere di cui ognuno di noi ha, o dovrebbe, avere bisogno.

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Marie Darrieussecq
écrivain

La littérature sert à changer le monde. Elle est immédiatement politique.

La littérature fournit le langage moderne, elle bâtit les outils verbaux et mentaux qui permettent de penser le monde. Même apparemment éloignée du “réel”, des “événements”, elle corrode les clichés, elle fait rendre gorge au prêt-à-penser, au déjà dit. Toute écriture vraie se joue contre les truismes qui retiennent en arrière le mouvement de la pensée, qui ratent le flux de la vie, qui font verser le langage et l'homme dans l'aliénation et la mort.

Cette écriture peut prendre de multiples formes, des plus simples au plus complexes ; elle est par essence poétique. La vraie littérature (« prose » ou « poésie », pour moi il n'y a pas de différence) cherche à inventer de nouvelles formes, à écrire de nouvelles phrases, à envisager de nouveaux objets, à créer des passerelles, à faire éclater les modes habituels de pensée, à imaginer de nouveaux angles de vue. Cette littérature rend compte du monde moderne , dont le mouvement sinon nous dépasse, demeurant illisible, incompréhensible.

En ce sens toute écriture exploratrice, novatrice, est politique.

Je n'écris pas pour moi : j'écris pour être lue. Ecrire ne m'est ni une maladie ni un problème : c'est un métier. J'entends proposer une littérature exigeante à un public plus vaste que celui, informé, d'une petite élite culturelle. La politique pour moi, dans ma vie quotidienne, se joue aussi très exactement sur cette frontière : ce que je vais accepter ou pas, en termes de compromis, pour faire lire mes livres.

Du “best-seller” à l'“illisible”, j'ai traversé, à trente-huit ans, tous les malentendus. Survivre au vacarme comme au silence, continuer à écrire irréductiblement et à ne publier que ce qui me semble avoir du sens, est une attitude de résistance avant tout, y compris de résistance physique.

Mes actions en tant que citoyenne, en tant que féministe ou en tant que “femme publique” sont anecdotiques comparées au travail à long terme, à la puissance d'inscription de l'écriture. Le politique s'exprime à travers mes livres, que je le veuille ou non, parce que j'occupe une place dans le champ des forces littéraires : mon attitude d'écrivain, ma posture de travail, déterminent une façon d'être dans les conflits structurés par le langage. Je propose des lunettes pour lire le monde, j'espère ouvrir de nouvelles fenêtres dans les cerveaux, et par là même j'attaque et je suis attaquée : comment ignorer qu'il s'agit là de politique?

A quoi sert la littérature ? Elle sert à changer le monde, parce qu'elle change le langage. Tant qu'il y aura du langage, il y aura de la littérature, elle trouvera ses formes et ses lecteurs.

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Cesare De Michelis
critico letterario

La domanda, se non circostanziata, consente tutte le risposte.
A nulla, innanzitutto; e proprio questa sua inservibilità è garanzia della sua assoluta grandezza, della sua irreprimibile libertà; o, che è lo stesso, a se stessa, rivendicando l’autoreferenzialità in omaggio al motto "l'art pour l'art".
Tuttavia può anche "servire" a qualcosa, ma allora bisognerebbe chiarire che cosa si intende per letteratura ecc. ecc. Per semplificare, se la letteratura è l'universo delle parole scritte (e quindi, forse, anche lette), l'altrettanto semplice risposta è: a tutto, a cercare un numero di telefono, a conoscere le leggi, a preparare un pasto ecc.

Tuttavia, se alla letteratura si attribuisce un "valore" e parlando di essa si intendono le opere d'arte letteraria, riuscite o meno, in poesia e in prosa, liriche, epiche e drammatiche, esse "servono", al tempo stesso o distintamente, a conoscere la verità o a intrattenere; il che è premessa necessaria per giustificare la loro presenza all'interno dei programmi di studio scolastici e universitari. La letteratura, così, diventa un vessillo identitario, un archivio della memoria, e la sua storia una sorta di museo verbale, un accesso privilegiato alla ricostruzione del passato.

La letteratura in questa prospettiva ci dice chi siamo e da dove veniamo. Tuttavia, ora che dopo il tramonto della modernità siamo 'arrivati', quel che ci dice il passato è assai meno interessante ed è, forse, per questo che la letteratura viene espulsa dalla scuola e dai suoi programmi.
La letteratura serve in ogni caso a testimoniare la vitalità dell'umanesimo, inteso come ininterrotta riconquista di una dialettica – di un dialogo – tra passato e presente, tra metafisica ed esperienza, tra verità e ricerca.
Se mai fosse vero che l'Umanesimo è stato ucciso dal Moderno – che, certamente, a ucciderlo ci ha provato – la letteratura non servirebbe davvero più.
Dio non voglia.

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Cesare De Seta
storico dell'architettura e scrittore

Domanda tanto impegnativa che quasi ero lì lì dal desistere, ma da quando mi è stato formulato l'interrogativo è trascorso un po' di tempo e proverò a rispondere senza alcuna pretesa.

Serve a me la letteratura perché da quando ho età di ragione ho letto: mio nonno materno aveva le cataratte che, negli ultimi anni di una lunga vita, gli rendevano difficile la lettura, imponeva ai nipoti di leggergli "il Manzoni" come diceva lui. Così ho incominciato a leggere seguendo le vicende dei Promessi sposi che considero un grande romanzo. Sarà l'affetto per la memoria di mio nonno, ma non ho mai condiviso i sassi lanciati da Moravia, ma sono invece del partito di Gadda manzoniano sfegatato.

La vita di molti di noi è immersa nella lettura (buona e cattiva), ma io non saprei trovare un sostituto alla lettura che mi consola dalle infelicità della vita: bisogna educare i bambini alla lettura, come possa farsi non lo so. Mio nonno seppe farlo.

La letteratura è ben altra cosa dalla lettura tout court, ma ne è antefatto necessario: sono un lettore onnivoro di letteratura e mi lascio guidare dall'istinto: mi guarderò bene dal raccontare quel che ho letto, quel che mi piace e quello che non mi piace. Non voglio tediare il lettore.

La letteratura credo di aver capito a che serve quando ho deciso di scrivere il mio primo romanzo Era di maggio (1991): avevo un groppo dentro di me e quantunque avessi scritto tanti libri di saggistica così detta specialistica, mi resi conto che non ero capace di narrare con gli stessi strumenti quel Sessantotto che avevo vissuto tra Parigi e Napoli. Per liberarmi di quel groppo incominciai a scrivere e mi resi conto che mi sentivo libero, ché non avevo bisogno delle stampelle degli archivi e della storia. La storia che volevo narrare e di cui mi volevo liberare non ne aveva bisogno e urgeva dentro di me. L'ho narrata e non sta a me dire se sono stato capace in questo mio atto di catarsi del tutto personale. Certo è che per me è stata una grande e piccola esperienza, anche istruttiva.
Tant'è che ho perseverato e ora pubblico il mio quarto romanzo che esce in aprile. Consiglio per gli acquisti: sia chiama Quattro elementi, Avagliano.

Ho capito così, facendomi romanziere, parola grossa idonea a Marquez, che Emma Bovary è Emma Bovary perché ci narra una storia che nessun altro libro o film è capace di narrarmi con tanta felicità, ché nessun libro di storia o di sociologia è capace di donarmi.

Questo credo bisogna provare a spiegare ai più giovani: che nella letteratura troveranno qualcosa che non è altrove.

Per questo amo la letteratura ed è essa è insostituibile perché perlustra vicende, emozioni, sentimenti, tragedie dell'animo umano che sfuggono al più grande degli storici fosse pure Michelet che era un grande scrittore.

Vorrei anche aggiungere che la letteratura ha un aspetto terapeutico e consolatario, al meno quanto lo scrivere: anche potrei fare una lista di libri che hanno avuto questo effetto, ma sarebbe autoreferenziale perché ciascuno deve costruirsi la sua lista se crede che la letteratura è un'esperienza insostituibile nella vita dell'Homo sapiens, almeno dal tempo di Omero.

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Giuseppe Di Giacomo
Docente di Estetica

Intanto c'è da dire subito che ciò che distingue il linguaggio letterario da quello quotidiano, comunicativo-informativo, è l'attenzione alla forma e il lavoro su di essa. Non si tratta di una vuota forma, dal momento che nell'opera letteraria è proprio e solo nella forma che si dà ogni possibile contenuto. Vediamo meglio.

È indubbio che, se la letteratura oggi adempie a una funzione, questo accade perché, dopo la fine dei grandi sistemi concettuali, la "conoscenza letteraria" è la sola capace di comprendere le contraddizioni della modernità. Nulla come il romanzo infatti rappresenta, nel senso che "sta per", la modernità, e questo perché nel romanzo, come nella modernità, il tempo è l'elemento dominante e determinante. Che la verità abbia un nucleo temporale è quanto la filosofia del Novecento teorizza e la letteratura mette in opera. In questo senso la letteratura stessa è portatrice di un contenuto di verità. Ma tale contenuto, non che rimandare a qualcosa – la realtà – che precede l'opera, dipende solo dalla forma di quest'ultima. Di qui l'importanza di quella forma artistico-letteraria che, oltre a sottolineare l'autonomia dell'opera, ne evidenzia l'incompiutezza e la processualità, rendendo la letteratura moderna "allegorica", nel senso di W. Benjamin.

Così, se Balzac non è un narratore moderno, poiché non concepisce la forma come problema, Flaubert invece – come Baudelaire – è perfettamente consapevole che descrivere la vita moderna è un problema di forma. L'importanza attribuita alla forma corrisponde alla destituzione di ogni valore assegnato al soggetto stesso della narrazione, ovvero alla sua fabula, tanto che una domanda attraversa la riflessione letteraria da Flaubert a Proust: c'è ancora qualcosa da raccontare? E come si può raccontare, se non c'è niente da raccontare? Il fatto è che, proprio perché non c'è nulla da raccontare, allora questa è l'unica cosa che si deve raccontare. È quanto emerge da Flaubert, e dal suo sogno di scrivere un libro sul "niente"; e la stessa importanza di Proust per il romanzo moderno sta nell'idea che la verità non si scopre né si riproduce, ma si produce. E proprio perché è l'opera a produrla, allora alla verità estetica nulla corrisponde nella realtà. Così Proust rinuncia a due principi del paradigma realista: l'intrico di verità e realtà, e l'illusione come mezzo per rendere credibile il racconto.

Tutto ciò viene raggiunto proprio attraverso una profonda riflessione sul lavoro formale. Per questo Adorno può arrivare ad affermare che oggi "Non si può narrare, mentre la forma del romanzo esige la narrazione". Questo significa che lo scrittore veramente 'moderno'– sull'esempio di Kafka e di Beckett – deve narrare l'impossibilità di narrare. È in questo dire ciò che non si lascia dire, anzi, è in questo dire reso possibile da qualcosa che non si lascia dire – la sofferenza, il dolore, la morte, da Auschwitz all'11 settembre 2001– che la letteratura si fa "testimonianza".

Forse è sempre stato così; tuttavia altre volte in passato la forma era costitutiva della "bella apparenza": essa trasfigurava le scene più atroci in nome della bellezza dell'arte e aveva un ruolo di riconciliazione tra il pubblico e il mondo, un ruolo che la stessa forma abbandona in un momento della storia in cui la vita è, come scrive Adorno, "mutilata". Così, le forme dell'arte e della letteratura moderna, esse pure mutilate e destrutturate, "dicono" quella che è la verità del mondo e della società oggi, cioè la loro inautenticità e falsità. Auschwitz ha dimostrato, sempre secondo Adorno, l'inutilità della cultura occidentale, impotente a prevenire l'innominabile e incapace di porvi rimedio.

È possibile scrivere una poesia dopo la barbarie? Adorno prima lo nega, poi ci ripensa: rinunciare alla poesia, all'arte, significherebbe rinunciare all'unica possibilità di configurare, sia pur soltanto negativamente, un'alternativa a questa barbarie. Soprattutto vorrebbe dire che l'arte cesserebbe di essere la testimonianza delle sofferenze accumulate nel corso della storia. In definitiva: se Adorno è particolarmente sensibile al significato delle risoluzioni formali nella letteratura moderna, ciò è dovuto alla consapevolezza che proprio e solo attraverso il lavoro sulla forma l'opera si fa testimonianza.

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Mario Domenichelli
critico letterario e presidente della Società di Comparatistica

A che serve insegnare letteratura?
La questione, posta così semplicemente, ne prevede preliminarmente un'altra. A che serve leggere letteratura? Il che implica a sua volta avere in mente una precisa definizione di letteratura, e di letterarietà. C'è un passo per noi di grande interesse in Clifford Geertz, quello in cui egli dice di come "l'antropologo affronti grandiose realtà che altri, economisti, politologi, sociologi, affrontano nei contesti più fatidici: Potere, mutamento, fede, pressione, lavoro, passione, autorità, bellezza, violenza, amore, prestigio, ma li affronta in contesti abbastanza oscuri, luoghi come Marmusha e vite come quelle di Cohen, una vita oscura di un piccolo mercante ebreo, per togliere loro le maiuscole" (‘Thick description', in The Interpretation of Cultures, New York, Basic Books, 1973, p. 60). Geertz non cita i letterati, né gli storici, cosa strana, poiché artisti della parola e analisti del discorso storico fanno esattamente, spesso, quello stesso tipo di lavoro, in pieghe dimenticate della storia ufficiale, dimenticate proprio anche nel ricordo che se ne dà, ma sugli stessi temi, che sono, guarda caso, proprio ciò di cui parla la letteratura, perché di che altro dovrebbe mai parlare? Dice ancora Geertz come dichiarazione programmatica del suo lavoro di antropologo che la sua idea di cultura è quella di insiemi e sottoinsiemi di "webs of significance" la cui analisi non tanto mira a definire delle leggi, ma delle pratiche di interpretazione, e di produzione di significato. La letteratura fa parte di queste webs, la cultura stessa per Geertz è testualità, in qualche modo scrittura, lettura interpretazione, ma, in questa prospettiva, ogni cosa diviene récit, narrazione, possibile da analizzare con gli strumenti della retorica (il riferimento è evidentemente a Metahistory (Baltimore/London, Johns Hopkins University Press, 1974) di Hayden White, ma anche a Works and Life. The Anthropologist as Author Works and Life. The Anthropologist as Author (Stanford, Stanford University Press, 1988) di Clifford Geertz. Se la storia si scrive come letteratura (noi letterati sappiamo bene che storici come Gibbon o come Mommsen hanno modalità di scrittura che perviene al genere epico), se la stessa antropologia interpretativa, nelle stesse parole di Geertz, si fa letteratura, la letteratura in questi sconfinamenti rischia certamente di perdersi, e la critica, l'insegnamento della letteratura come addestramento alla lettura critica, rischia di vanificarsi (quell' Eutanasia della critica – Torino, Einaudi, 2005 - di cui parla Mario Lavagetto). Io, tuttavia, penso che così non sia e non debba essere. Dice Greenblatt (Shakespearian Negotiations, Berkeley, University of California Press, 1988) che tutto per lui è cominciato con il desiderio di parlare con i morti; Harold Bloom, a sua volta, parla del critico come di un negromante, di colui che scruta nella morte e rimane in ascolto del silenzio dei morti. E viene in mente una voce più antica, quella di Manzoni che nell'introduzione ai Promessi sposi scrive una pagina di prosa secentesca, attribuendola all' Historia di un anonimo e in cui si dice che la storia è in guerra con il tempo, e richiama in vita ciò che il tempo sommerge nell'oblio. E ciò che veramente è sommerso sono le voci delle genti meccaniche e di poco conto che quel romanzo vuole fare riecheggiare. Questo è ciò che fa E. P. Thompson in The Making of the English Working Class (London, Gollancz, 1963) o Ginzburg ne Il formaggio e i vermi (Torino, Einaudi, 1976). Questo è ciò che spesso fa la letteratura, almeno a partire dal tardo Settecento. C'è un formidabile apologo nel Pantagruel rabelaisiano che rinvia a tutto questo. Si tratta di quelle voci dégélées che risuonano alle orecchie di Pantagruele e dei suoi compagni di viaggio, oltre il mar ghiacciato che ha raggelato le urla e il frastuono di una battaglia combattuta chissà quanto tempo prima, e che ora si sciolgono e risuonano nell'aria. Come dice Foucault in Nietzsche l'idéologie, l'histoire , "Il bravo storico, il genealogista" (Michel Foucault, Nietzsche, la généalogie, l'histoire (1971), ora in Dits et écrits , 2 voll., Paris, Gallimard, (1994), 2001, vol. 2, p. 1021 (traduzione di chi scrive); il saggio si trova in italiano in Microfisica del potere, Torino, Einaudi, 1977, cfr. p. 50.), "le bon historien" è il genealogista che vede la mascherata, che sa riconoscere le maschere del discorso, e sa vedere cosa non tanto esse celino, ma cosa celando esse rivelino con una metodologia latu sensu freudiana, per la quale la scrittura dice assai più nei suoi vuoti che nei suoi pieni. Poiché è nei suoi vuoti che quelle parole ‘gelate' si sgelano, quelle voci tagliate ritrovano tono e timbro, e possono tornare a farsi sentire, fuori dagli archivi, nei silenzi dello stesso discorso che le gela, e le smemora.

Che cosa è letteratura? Cosa è un testo culturale? Quale frammento di testo culturale è la letteratura? Quali i nessi con tutto il discorso che sono venuto facendo. Forse la parola chiave è identità. La letteratura ha costruito identità, personali, e collettive, modi di percezione di sé, e di sé in una collettività, Modi di essere, di voler, e dover essere, e di non dover essere. Quale senso c'è nell'insegnare letteratura? In fondo la risposta è antica, si tratta di insegnare a leggere in ciò che è scritto, ciò che è taciuto, poiché anche o soprattutto in ciò che è taciuto, o tacitato, possiamo capire criticamente ciò che siamo a partire da ciò che siamo stati, anche nella storia obliata sta la nostra storia futura, e la letteratura, nella sua libertà di finzione, più e meglio ce lo sa dire. La letteratura è l'immaginario collettivo, il repertorio delle immagini che costruisce l'identità individuale e collettiva, poiché noi siamo fatti di storie, di storia. Siamo creature del tempo. Ogni parola che pronunciamo, lo sappiamo, ha una dimensione abissale, viene dal tempo remoto; ogni figura che per esse si compone attiva tracce mnestiche, antichi engrammi che rispondono al mutare dei tempi. La letteratura non è solo gioco, ma certo anche, Spiel, Jeu, play, ed è rappresentazione di mondi che abbiamo abitato e continuiamo ad abitare. La letteratura, l'arte, la scrittura è ciò attraverso cui si costruisce il senso stesso del vivere, insegnare letteratura significa soprattutto insegnare che l'opacità del buio può divenire perfetta trasparenza, l'oblio memoria, il silenzio polifonia e, di converso, che la perfetta visibilità è opacità totale, la memoria una strategia d'oblio, l'intrecciarsi di voci e discorsi strategie del silenzio. Insegnare letteratura è soprattutto insegnare la complessità, l'abissalità, far capire che nessuna parte di un insieme è comprensibile se non in connessione con ogni altra parte dell'insieme.

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Giorgetto Giorgi
critico letterario

Fra le numerose osservazioni sull'arte fatte da Marcel Proust nella Recherche, ve n'è una che mi è sempre parsa particolarmente suggestiva e degna di attenzione. È quella in cui viene dichiarato che l'artista è colui che è in grado di istituire rapporti nuovi, inaspettati, insoliti, fra le cose, rapporti che soltanto lui è stato capace di cogliere e di mettere in viva luce. L'artista, prosegue Proust, è perciò come un oculista, nella misura in cui ci consente di vedere ciò di cui non avremmo neppur sospettato l'esistenza prima di esser stati sottoposti, diciamo, al suo trattamento: "[…] il pittore, l'artista originale – leggiamo in Du côté de Guermantes - procedono a mo' degli oculisti: e il trattamento della loro pittura, della loro prosa, non è sempre dei più gradevoli. Quando la cura è terminata, il clinico ci dice : - E adesso guardate -. Ed ecco che il mondo (il quale non è stato creato una sola volta, ma tutte le volte che è sopraggiunto un artista originale) ci sembra completamente diverso da quello di prima, ma perfettamente chiaro. Passano signore nella via, diverse da quelle di prima, perché ora sono altrettanti Renoir, quei Renoir in cui ci rifiutavamo un tempo a riconoscere delle donne. E anche le carrozze sono dei Renoir, e l'acqua, e il cielo […]. Tale è l'universo nuovo e caduco che è stato da poco creato; e durerà fino alla prossima catastrofe geologica che sarà scatenata da un nuovo pittore o da un nuovo scrittore originale".

Queste sottili considerazioni costituiscono una magnifica risposta, credo, a una vecchia ma purtroppo sempre risorgente domanda: A che cosa serve l'arte? A che cosa serve la Letteratura? L'arte, la letteratura, come ha visto con finezza l'autore della Recherche, sono un efficacissimo rimedio all'incapacità (sempre più diffusa nel mondo odierno, in cui l'omologazione è ormai trionfante) di cogliere le 'differenze', nel senso più ampio che possa essere dato a quella parola. Grazie all'arte, grazie alla letteratura, non abbiamo forse la possibilità di guardare il mondo da diversissime specole, immedesimandoci via via con l'universo di discorso, assolutamente irripetibile, dei singoli creatori? E si può immaginare una più salutare lezione di relativismo e una miglior forma di arricchimento interiore?

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Pierre Jourde
critico letterario e scrittore

La littérature recueille l'histoire des hommes, des civilisations, des sensibilités, envisagée dans une conscience individuelle. Le texte littéraire est le seul objet qui permette de pénétrer intimement une autre conscience que la nôtre. La conscience d'un individu d'un autre sexe, d'un autre temps, d'une autre religion, d'une autre culture. Personne, dans la vie, ne se livre aussi profondément. Ne pas avoir accès à la littérature contribue à nous séparer de ce qui nous humanise. L'expérience littéraire permet l'accès à la diversité intérieure. Elle assouplit les rigidités intérieures et relativise les certitudes. Enseigner la littérature sert à cela: former des êtres qui ne seront pas seulement des techniciens, des électeurs, des croyants, mais aussi des hommes.

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Fulco Lanchester
giurista
Una risposta sezionale

Una qualsiasi risposta alla domanda proposta dalla vostra inchiesta necessita di definire il termine letteratura, che la caratterizza. Del vocabolo esistono - com'è noto - perlomeno tre significati descrittivi ed uno qualitativo. La prima generale accezione di letteratura dal punto di vista descrittivo è quella che corrisponde all'insieme delle opere, affidate alla scrittura, attinenti ad una cultura o civiltà, mentre quelli specifici si concentrano - da un lato - nell'insieme di scritti che costituiscono la bibliografia di uno specifico settore disciplinare o argomento ; ed infine, ma qui siamo nella vera e propria nicchia semantica, il volantino inserito nelle confezioni farmaceutiche. Il significato valutativo di letteratura è invece quello che la interpreta come quanto viene ritenuto frutto di una formazione tecnica ed erudita piuttosto che di un intima commozione poetica.

In un simile panorama è evidente che io posso legittimamente rispondere, solo per il campo che "bazzico", ossia quello giuridico-istituzionale, che produce una specifica letteratura tecnica, molto spesso arida e professionale, a volte sino a sfiorare il succitato "volantino".

Opero, dunque, tre sintetiche osservazioni.

In primo luogo, per gli operatori del settore giuridico-istituzionale la letteratura, intesa nel significato più ampio appare, ovviamente, utile sia come elemento di cultura generale, sia come reperto specifico sulla visione che si ha del giuridico e dei suoi operatori. Il giuridico è, come noto, un fenomeno sociale e normativo. Dal punto di vista sociale esso evidenzia comportamenti regolati da disposizioni all'interno di specifiche istituzioni; da quello normativo esprime un dover essere che si confronta con l'effettiva applicazione delle disposizioni in questione. Romanzi, novelle e poesie che si interroghino o che analizzino problemi fondamentali della vita della persona umana sono quindi indispensabili strumenti di riflessione e conoscenza, anche per l'azione pratica. I giuristi possono – dunque - essere uomini colti e quindi dediti alla lettura, che da questa traggono alimento - in maniera generica - per la loro specifica attività. Ma possono essere anche autori di opere di letteratura non specifica di tipo vario, la cui ispirazione trae spunto anche dalla loro attività. Salvatore Pugliatti (Canti di primitivi), Salvatore Satta (Il giorno del giudizio; Il mistero del processo), Piero Calamandrei (Inventario della casa di campagna; La burla di primavera e altre fiabe; L' oro di noi poveri: e altri scritti letterari, ecc.) e Giuseppe Capograssi (Pensieri a Giulia) costituiscono esempi italiani abbastanza recenti di una propensione alla scrittura al di fuori delle aree tradizionali del diritto, che in alcuni casi riflette anche su temi professionali.

In seconda istanza, si nota una ripresa del rapporto tra diritto e letteratura. La tradizione metodologica positivista aveva ridotto l'attenzione sulla favorevole influenza della grande letteratura nella formazione del giurista e sulle sue ricadute professionali: a mio ricordo, tra i costituzionalisti andati in cattedra negli anni Trenta, solo Ferruccio Pergolesi se ne occupò in un breve saggio (in Scritti minori di diritto pubblico, a cura di G. De Vergottini, Bologna, Forni, 1988). Negli anni successivi alla metà del secolo scorso le citazioni letterarie in opere giuspubblicistiche erano sistematicamente recuperabili solo in alcune "scuole" meridionali (penso ad es. a quella di Temistocle Martines influenzata dall'esempio tedesco), mentre un giurista contemporaneo come Gustavo Zagrebelsky affronta abitualmente temi fondamentali come quelli della giustizia e della colpa facendo costante riferimento ad autori della letteratura contemporanea (ad es. Borges).

La questione non è, tuttavia, soltanto metodologica, ma sopratutto culturale. Se si esce dai confini nazionali, giuspubblicisti come Carl Schmitt e Hans Kelsen costituiscono esempi di navigazione in spazi e settori dove la letteratura non strettamente giuridica viene utilizzata in maniera intensa, con ricadute tecniche ad altissimo livello.

Infine, ho sostenuto all'inizio che lo stesso linguaggio del giurista, in quanto strumento tecnico, costituisce una vera propria letteratura con tecniche e stilemi precisi per significato e conseguenze. La letteratura giuridica in questa prospettiva tecnica costituisce, dunque, un vero e proprio settore che segue regole sezionali collegate anche alla famiglia giuridica di appartenenza. Il tema della cultura giuridica ovvero lo specifico stile del diritto esistente in un determinato ambiente spiega perchè sia presente, sopratutto negli ordinamenti di Common law, una corrente, sviluppata in particolare negli Usa, che interpreta il diritto come letteratura e che ricerca nelle grandi opere letterarie risposte adeguate alle questioni fondamentali poste dal diritto, dalla giustizia e dal potere.  Sopratutto negli Usa esistono corsi di Law and literature (cui forniscono un contributo determinante docenti e giudici come - ad es. - Guido Calabresi) e libri di testo (penso a quello di Richard A. Poster). Il fenomeno giuridico nei corsi di letteratura viene, in sostanza, approfondito in un triplice modo: vi sono corsi di letteratura che utilizzano l'opera letteraria per evidenziare come il giurista o il sistema giuridico sono stati rappresentati attraverso la lente del letterato (romanziere, autore di novelle, drammaturgo o poeta, ma aggiungerei anche autore di fiction televisive e/o cinematografiche); corsi nelle facoltà giuridiche che enfatizzano le caratteristiche letterarie di leggi e di sentenze; e corsi in cui vengono ipotizzati casi giuridici utilizzando un linguaggio adeguato (William Domnarsky, Law and Literature, "Legal Studies Forum", Volume 27, 2003, Number 1). James Boyd White, ad es., in un suo manuale di successo applica al linguaggio giuridico i metodi della critica testuale al linguaggio giuridico ed evidenzia il suo contributo letterario (The Legal Imagination: Studies in the Nature of Legal Trought and Expression, Boston, Toronto, Brown and Company, 1973). Altri (lo stesso Domnarsky) rivela una peculiare propensione per un genere specifico di letteratura, ossia quella della vita del giurista vista dal giurista attraverso il romanzo. Altri ancora si dedicano, infine, alla omogeneizzazione del linguaggio tecnico attraverso il drafting ovvero la redazione di testi giuridici in senso ampio o di atti normativi in senso stretto (su questo v. F. Lanchester, Drafting e procedimento legislativo in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, Roma, Bulzoni, 1990).

Segnalo - a conclusione di questa nota - che, ai fini peculiari del giurista positivo, ritengo molto utile un genere letterario, molto presente nel mondo anglo-americano e poco praticato in quello continentale: la biografia. Attraverso la biografia critica del singolo giurista ed in particolare del giudice è possibile ricostruire il suo pensiero ed in particolare la giurisprudenza delle Corti a cui egli ha appartenuto, con il duplice risultato di pervenire alla migliore conoscenza del contesto e dei percorsi logici della decisione giurisprudenziale.

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Michela Landi
Docente di letteratura francese (Università di Firenze)

Ospite di un convegno di italianisti nel 2004, mi pronunciai sulla necessità di una ridefinizione dello statuto della poesia – e della letteratura in generale – nell'èra della mercificazione globale. Vorrei, sollecitata da questa inchiesta, riprenderne alcuni aspetti. Appellandomi, in prima istanza, ad un asserto di Lukàcs: "una forma è la realizzazione di una grande possibilità etica" non intendo aderire pregiudizialmente ad un materialismo ideologico, bensì cogliere questo suggestivo spunto per considerare il rapporto che intercorre tra la forma-testo ed un qualunque bene materiale. Quel che ho ritenuto in quell'occasione, e ritengo a tutt'oggi, è che l'oggetto gratificante, l'oggetto che scatena il desiderio, spesso compulsivo, del possesso – l'oggetto di vetrina – altro non sia che la più immediata surrogazione di un'etica: di un pensiero o di un'intenzione che potrebbe altrimenti realizzarsi in un'azione sociale, in una forma artistica, o critica. Ci siamo mai chiesti perché chi ha scelto consapevolmente quest'ultima strada, quella di "creare" lui stesso una forma – un senso – non è solitamente imbrigliato in feticci edonistici e/o tecnologici? Ora, intendendo il termine 'etica' in senso lato, alla greca, ovvero come forma o atto che ha in sé il proprio senso, si comprende la ragione della progressiva decadenza della letteratura e la sua marginalità: essa ha inizio al momento in cui – all'incirca dopo la rivoluzione industriale – l'etica viene a scindersi in due categorie opposte e complementari: la morale (che comporta un uso strumentale dei testi, quello ricusato da Baudelaire) e l'estetica (che tratta la letteratura come un bene surrogatorio, al pari di ogni oggetto 'inutile', atto a produrre diletto e gratificazione). Ciò ha ingenerato due tendenze notorie: il positivismo da un lato, l'estetismo e l'edonismo dall'altro. Due modalità inautentiche, perché parziali, di trattare il testo letterario. Vi si aggiunga quel tentativo, arbitrario quanto poco chiaro, che si situa negli anni dello strutturalismo, di estrarre un filone puro della letteratura, la cosiddetta "littérarité". Ciò ha comportato l'isolamento e la tautologia del testo, mentre tutti i saperi 'contestuali' si sono orientati verso altre discipline: le scienze psicologiche, antropologiche, sociali, linguistiche e, in ultima istanza, della comunicazione.

L'unica possibilità che oggi ha la letteratura di rientrare a pieno titolo, e autenticamente, nella vita sociale, è quella di essere intesa (e qui sta la funzione di chi la insegna e la rappresenta) come un punto di convergenza dei saperi; un vertice applicativo esemplare di ogni episteme e di ogni esperienza del mondo. È dunque necessario che chi oggi ha operato consapevolmente la scelta di praticare e diffondere la letteratura, faccia riferimento ad un principio etico essenziale che è, dopotutto, quello greco di kàlos: quel che è bello è buono, e viceversa.

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Romano Luperini
critico letterario

1.
La letteratura è un rapporto sociale. Già Sartre sosteneva (e Fortini lo ha ripetuto) che in concreto esiste solo il rapporto scrittura-lettura, il quale dipende in ultima analisi dal tipo di ricezione che si impone in una comunità o in un gruppo di lettori o persino in singoli lettori. Dunque non si può dare una risposta sostanzialistica alla domanda "che cos'è la letteratura?". O meglio le risposte sostanzialistiche sono state diverse e persino opposte e oggi rivelano, mi pare, la loro inconsistenza.

2.
Anche alla domanda "a che serve oggi la letteratura" si è risposto e si può rispondere in modi diversissimi.
La letteratura non serve a niente. In una società dominata dal profitto, dalla tecnologia e dalle immagini è un piacere anacronistico, un residuo inutile che ormai pochi coltivano, come una setta di intenditori di vino in una società di bevitori di birra.
La letteratura è un serbatoio delle memorie e delle tradizioni di un paese o di una civiltà. Va conosciuta perché contribuisce alla formazione della identità nazionale o sopranazionale della nostra civiltà. Va conservata in archivio.
La letteratura è forma, distinzione, privilegio, arte signorile, leggerezza: dunque un attributo delle classi dominanti. È nettare degli dèi che allieta i signori. O vino da servi.
La letteratura è forma, e ci insegna un uso formale della vita. Dunque ha un valore utopico e figurale. Anticipa una società liberata.
La letteratura ha perduto ogni funzione etico-civile ed è diventata dunque un prodotto superfluo.
La letteratura è un valore universale perché ci aiuta a coltivare sentimenti ed emozioni e ad arricchire il nostro immaginario, e perché ci parla della ricerca del significato, dunque del Senso.

3.
La letteratura ha mille facce, che possono divenire tutte, a seconda della situazioni storiche, egualmente vere e attuali. Ma se consiste anzitutto in un rapporto sociale, sta alla comunità – e dunque anche ai lettori e ai critici – che prevalga l'una o l'altra di esse.

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Guyette Lyr
écrivain

Pourquoi l'enseignement de la littérature est-il important? Parce qu'étant considérée quelquefois, à court terme, comme inutile et marginale, elle constitue, à long terme, un frein contre la barbarie.

Qui sont les barbares ?

- Un principe d'égalité qui - lorsqu'on le pervertit et le détourne de son sens véritable, celui de nous vouloir égaux en droit - pourrait tendre à nous vouloir conformes. L'enseignement de la littérature et en particulier l'étude des romans, par l'approche de personnages multiples et complexes nous propose autant de miroirs où notre singularité se reflète, où nos diverses personnalités s'apparentent et trouvent un compagnonnage.

- Un goût du nouveau qui risque de taxer d'ancien et de dépassé ce qui s'écrit et résonne dans une langue qui n'est pas celle que l'oral a codifiée en vue d'une communication simple, rapide et vernie au goût du jour. Les grands textes littéraires qui pour la plupart, dès qu'on les approfondit, posent des questions qui demeurent éternelles, nous aident à prendre distance et donc à mieux appréhender les questions qui aujourd'hui nous préoccupent, nous émeuvent et nous humanisent. Paul Ricoeur, cité par le philosophe Alain Finkielkraut (lui-même très soucieux de l'enseignement de la littérature en France et qu'il faudrait citer), écrit que nous ne nous comprenons que par le grand détour des signes d'humanité déposés dans les œuvres de culture.

- L'omniprésence du bruit. La littérature qui nous veut penchés sur le livre, dans le silence des mots, nous permet d'entendre la voix et la musique que l'auteur nous prête et qui, devenant les nôtres, nous insufflent un rythme vital, organique, faute duquel notre imagination, privée de sa source, s'épuise. - J'imagine parfois que le Grand Livre est celui qui nous a été lu tout près de l'oreille, tandis qu'enfant nous étions nourris et bercés. Livre pain-musique, livre fantasmé, oublié bien sûr et après lequel nous ne cessons de courir.

- Le temps qui n'a plus le temps de prendre son temps tant il s'accélère. La littérature nous fait entrer dans le temps du dedans qui fait contrepoids au temps du dehors. Le temps du dehors a pris une telle vitesse qu'entraînés avec lui, éjectés sur orbite, nous nous décentrons et nous robotisons.

- L'absence de filiation. Privés de littérature on s'exile d'une famille. L'étude des textes nous remet en généalogie. Nous sommes les enfants des mots tracés sur le sable, sur la pierre, sur le papier, les mots qui, à force de s'écrire, s'inventent, s'enrichissent et se nuancent. Nuance: mot emprunté à R.Barthes dont cette phrase m'enchante : "Il y a une maîtresse de nuances, la littérature : essayer de vivre selon les nuances que m'apprend la littérature".

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Valerio Magrelli
poeta e critico letterario

Credo sia stato Mark Strand, tradotto in Italia da Damiano Abeni per l'editore Donzelli, a rispondere in maniera pacata e definitiva alla sentenza che Theodor W. Adorno formulò nel cuore del Novecento. In base a quella tragica postilla, l'esperienza di Auschwitz avrebbe segnato la fine della possibilità stessa di "fare poesia". Forse l'affermazione è giusta, ha commentato il poeta americano, ma se così fosse, allora non dovrebbe essere più possibile nemmeno 'fare colazione'. L'appunto va ben oltre la semplice battuta, per toccare il punto nevralgico della questione: nell'uno come nell'altro caso, tanto per i versi quanto per il nutrimento, siamo di fronte a una funzione vitale insopprimibile nell'essere umano.

Questa premessa può forse avvicinare a un abbozzo di risposta. In una visione economicista e brutalmente mercantile come quella perseguita dall'ultimo progetto di riforma universitaria, la letteratura può servire soltanto come una branca collaterale della sezione vendite (basti pensare al profondo legame fra retorica e pubblicità). A parte questo, occorrerebbe dire che la letteratura, a rigore, non serve a nulla. Non "serve", però, proprio in quanto "ci serve" per dispiegare le nostre capacità di immaginazione, la nostra plasticità conoscitiva, la qualità della nostra riflessione. Per il resto, la mia visione non è troppo ottimistica. Credo cioè che la lettura accentui le caratteristiche di chi vi si dedica: migliora i migliori e peggiora i peggiori. Non si tratta, cioè, di un'attività trasformativa, bensì esclusivamente accrescitiva. Questo e soltanto questo, per ritornare ad Auschwitz, spiega l'amore della cultura nell'universo nazista. E tuttavia continuo a trovare toccante questa nota che Rilke appuntò alla Biblioteca Nazionale di Parigi: "Sono qui seduto e leggo un poeta. Nella sala ci sono molte persone, ma non si fanno sentire. Sono dentro i libri. Qualche volta si muovono fra un foglio e l'altro, come uomini che si rivoltano nel sonno, fra un sogno e l'altro. Come si sta bene in mezzo agli uomini quando leggono. Perché non sono sempre così?"

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William Marx
critico letterario

Revaloriser l'enseignement littéraire

Dévalorisation générale de la littérature

Considérer les difficultés rencontrées aujourd'hui par l'enseignement littéraire comme un phénomène isolé, sans les relier à l'évolution générale du statut de la littérature dans la société ainsi qu'au contexte idéologique dans lequel s'inscrit cette histoire, c'est limiter son regard à la partie émergée de l'iceberg. Car le problème spécifique de l'enseignement n'est d'abord que celui de la littérature elle-même, qui a souffert d'une baisse continue de considération sociale depuis la fin du xix e siècle. À cette époque — et bien avant que les étudiants d'aujourd'hui ne se mettent à délaisser les filières littéraires —, on vit des écrivains, et non des moindres, faire mine de renoncer à la littérature (Valéry, Hofmannsthal) — ou y renoncer pour de bon (Rimbaud) —, comme si cette activité avait perdu toute valeur. Simples caprices individuels ? Comme j'ai essayé de le montrer ailleurs  (1), on peut plutôt voir dans ces réactions les symptômes d'un mouvement d'autodévalorisation dont, à sa manière, le manque d'enthousiasme de la jeunesse actuelle pour les études littéraires ne constitue qu'une séquelle.

De cette histoire passant par des hauts et des bas l'enseignement littéraire fut et reste évidemment l'un des révélateurs principaux, puisque l'importance accordée à l'étude des lettres dans la formation d'un individu est directement liée à la valeur que leur attribue en général la société : plus la littérature est valorisée, plus doit l'être son enseignement dans le cursus scolaire et universitaire et, inversement, la dévalorisation de l'une entraîne aussi celle de l'autre.

L'enseignement littéraire au temps des grands prêtres

De fait, si l'on veut bien remonter au début du xix e siècle, au temps des grands prêtres, celui où les écrivains étaient généralement considérés dans l'espace public comme des mages et des prophètes, une constatation s'impose d'emblée : la littérature constituait l'essentiel de l'enseignement qui était donné dans les classes. Et l'institution lui faisait jouer au moins une double fonction.

D'abord, le professeur de lettres transmettait par ce moyen un canon et les règles d'un goût classique présenté comme immuable (même si, dans la pratique, il était aussi soumis à une évolution). L'enseignement de la littérature contribuait à la formation d'une culture, d'autant plus aisée à faire partager que, peu nombreux, les élèves étaient issus des classes sociales favorisées. Il ne s'agissait que de reproduire des modèles dont la validité ne souffrait pas la discussion, et de perpétuer une esthétique qui semblait éternelle.

Mais il ne faudrait pas se laisser abuser par le terme d'esthétique : il ne s'agissait pas de former des artistes qui, comme ceux de la période d'autonomisation, un demi-siècle plus tard, iraient se situer en marge de la société. Bien au contraire, les modèles d'écriture fournis par la littérature (française ou latine) pouvaient être actualisés tels quels par l'honnête homme de l'époque. Sous ce rapport, la table des matières du plus célèbre manuel de littérature de l'époque, celui de Noël et de La Place , est édifiante ; les textes y sont regroupés selon des catégories qui représentent des situations concrètes d'écriture : « narrations », « tableaux », « descriptions », « définitions », « morale religieuse, ou philosophie pratique », « lettres », « discours et morceaux oratoires », « exordes », « péroraisons », « dialogues philosophiques ou littéraires », « caractères politiques », « caractères moraux »  (2), etc. Or, la plupart de ces catégories pouvaient trouver un usage dans la vie courante ou professionnelle du citoyen bourgeois : Mme de Sévigné servait pour la correspondance privée, Bossuet pour l'avocat, Montesquieu pour le politicien, etc. « Les ouvrages bien écrits seront les seuls qui passeront à la postérité : la quantité des connaissances, la singularité des faits, la nouveauté même des découvertes ne sont pas de sûrs garants de l'immortalité  (3) », explique Buffon dans un discours reproduit en tête du manuel, érigeant la qualité de l'écriture en gage de toute réussite. Sans conteste, l'art du langage illustré par la littérature se situait au cœur de la vie publique et privée des classes sociales dominantes. Tout ce qu'aujourd'hui on distingue de l'enseignement littéraire sous le nom de communication en faisait alors partie intégrante. Décidément, la littérature n'était pas un art autonome.

D'où la seconde fonction de cet enseignement. Le titre du manuel de Noël et de La Place l'indique bien : « Leçons françaises de littérature et de morale  ». La littérature était encore censée parler du monde : on savait y retrouver, même dans les œuvres de fiction, la description de l'âme humaine et les fondations morales de la société. « Tout, dans ce recueil, est le fruit du génie, du talent, de la vertu », expliquent les auteurs du manuel ; « tout y respire et le goût le plus exquis et la morale la plus pure  (4). » Goût et morale : tels étaient les deux piliers de la classe de lettres.

Mais cette fusion de la littérature et du monde ne s'arrêtait pas à la simple promotion d'un ordre éthique. La littérature ne s'était pas encore enfermée dans la spécularité qui allait devenir son obsession à partir de la fin du siècle ; au contraire, elle savait refléter l'univers dans sa plus grande diversité. Tous les critiques de l'époque s'accordaient à dire que le discours littéraire englobe tous les autres discours, qu'il s'agît de Noël et de La Place (« Chaque morceau de ce recueil, en offrant un exercice de lecture soignée, de mémoire, de déclamation, d'analyse, de développement oratoire, et de critique, est en même temps une leçon de vertu, d'humanité ou de justice, de religion, de dévouement au Prince et à la patrie, de désintéressement ou d'amour du bien public, etc.  (5) ») ou de La Harpe qui, dans son célèbre Lycée ou Cours de littérature ancienne et moderne , prétendait offrir « au public une histoire raisonnée de tous les arts de l'esprit et de l'imagination, depuis Homère jusqu'à nos jours, qui n'exclut que les sciences exactes et les sciences physiques (6) ». « En vous invitant à ce lycée », continue-t-il, « on a voulu y réunir tous les genres d'instruction et d'amusement. En est-il un plus noble, plus intéressant que celui qu'on vous y propose ? C'est de vivre et de converser avec les grands hommes de tous les âges, depuis Homère jusqu'à Voltaire, et depuis Archimède jusqu'à Buffon (7). » Comme si, de nos jours, un professeur de lettres donnait à lire Michelet non moins que Hugo, Le Hasard et la Nécessité du biologiste Jacques Monod à l'instar de La Vie mode d'emploi de Georges Perec ! On en est bien loin.

Au début du xix e siècle, l'étude des textes historiques, politiques et scientifiques était intégrée de plein droit à l'étude même de la littérature, non seulement parce que le discours des sciences naissantes (naturelles et humaines) n'avait pas encore conquis son autonomie (par exemple, il n'existait pas d'enseignement historique distinct), mais, plus fondamentalement encore, parce qu'on ne sentait aucune antinomie entre l'idée de science et celle de littérature. Avant la réforme scolaire de 1852, qui allait instaurer, à l'issue de la classe de troisième, une « bifurcation » entre deux sections (8), il ne serait venu à l'esprit de personne de distinguer parmi les élèves entre des « scientifiques » et des « littéraires », comme on le voit faire aujourd'hui dès le plus jeune âge, tant ce que, communément, nous sentons maintenant comme des pôles opposés de l'activité intellectuelle formait à l'époque un tout indissoluble. Ce n'est sans doute pas un hasard, du reste, si la réforme de 1852 fut exactement contemporaine de l'autonomisation de l'art littéraire, telle que la pratiqua, par exemple, le Parnasse. Avant ce moment, la littérature était conçue comme le réceptacle d'un savoir universel, non coupé du monde. Et ce savoir de la littérature n'était pas un savoir spécifiquement littéraire.

Dévalorisation de la littérature en tant que savoir

Au début du xix e siècle, le problème de l'enseignement littéraire n'aurait donc jamais pu se poser dans les mêmes termes qu'aujourd'hui ; comme cet enseignement constituait la quasi-totalité de l'instruction dispensée dans les classes, remettre en question l'étude de la littérature serait revenu à mettre en doute la nécessité même de toute transmission du savoir. La situation est bien différente aujourd'hui, maintenant que la littérature a refusé cette mission d'intérêt public. Le véritable obstacle actuel à l'enseignement de la littérature vient surtout de la littérature elle-même — ou plutôt de ce qu'elle est devenue depuis la fin du xix e siècle. L'enfermement de la littérature dans des problématiques formelles et la promotion de l'autotélisme esthétique au rang de doctrine incontournable ont constitué la littérature comme un objet singulier, radicalement distinct de tous les savoirs jugés utiles à l'existence sociale, voire opposé à eux. Le problème de l'enseignement de la littérature est donc moins le problème de l'enseignement que celui de la littérature.

Il ne se pose maintenant que parce que l'utilité et l'existence même d'un art littéraire ne vont plus de soi. Ainsi est-il significatif que, dans les classes de lettres, dès le collège, l'essentiel du cours consiste maintenant à apprendre le vocabulaire technique et les concepts de l'analyse littéraire, venus de la rhétorique et de l'argumentation, plutôt qu'à lire les textes et à faire percevoir ce qu'ils apportent comme connaissance et comme émotion esthétique (9) : si la taxinomie est le dernier refuge de l'enseignement littéraire, et que les élèves n'ignorent plus rien des narrateurs extradiégétiques, des anadiploses et des enthymèmes, c'est qu'aux yeux du professeur du début du xxi e siècle, et en raison de l'histoire dont il est l'héritier, celle d'une autonomisation absolue de l'œuvre, la littérature n'est plus supposée offrir un savoir sur le monde, puisqu'elle ne parle désormais que d'elle-même ; elle se réduit à un pur problème de forme. Le savoir de la littérature n'est donc plus qu'un savoir purement technique, rhétorique, argumentatif, stylistique ou relevant de la poétique. C'est un savoir qui n'a d'usage que dans le monde clos de la littérature. On comprend donc qu'une fois à l'université les étudiants se détournent d'un enseignement qui, durant leur scolarité antérieure, leur a semblé fonctionner en simple circuit fermé : si, dans le second degré, l'apprentissage de la littérature se résume à une méthodologie d'étude des textes, alors même qu'on n'a pas au préalable montré l'intérêt de ces textes, on voit mal comment il sera possible, au niveau supérieur, d'attirer dans les filières littéraires des étudiants qui auront été dégoûtés, pour toute leur vie, d'un domaine qui leur a paru coupé des réalités extérieures.

Dévalorisation de la littérature en tant qu'art

Ainsi, aujourd'hui, la littérature n'est-elle plus censée représenter qu'un savoir d'un intérêt très limité, sans commune mesure avec le rôle encyclopédique qu'on se plaisait à lui faire jouer il y a deux siècles. Mais qu'en est-il de l'autre pilier de l'enseignement littéraire, le goût ? De ce côté, les conditions ne sont guère plus favorables. D'une part, en effet, le projet même d'une éducation du goût est devenu obsolète. L'emprise croissante du multiculturalisme interdit de plus en plus de promouvoir l'enseignement d'une culture aux dépens d'une autre, si bien que la haute culture traditionnelle tend à devenir une culture parmi d'autres, et même plutôt plus faible que les autres, parce qu'elle a la majorité contre elle et qu'aucune classe culturellement dominante n'est plus susceptible de s'en faire le champion. Toutefois cette situation n'est pas sans avantage : la lutte pour la transformation des canons, qui fait rage sur les campus américains, chaque communauté cherchant à constituer le sien, montre qu'au moins la littérature peut parfois rester un enjeu de combat, ce qui n'est pas si mal. Les rivalités dont elle est l'objet lui donnent du prix.

En revanche, la question plus fondamentale du statut de la littérature parmi les arts ne laisse pas de causer quelque souci. Elle est désormais finie, l'époque où Hegel considérait la littérature comme l'art suprême, parce qu'il était celui de l'intelligibilité même. Toute l'histoire artistique des deux derniers siècles peut se lire rétrospectivement comme celle d'un changement radical de paradigme esthétique, d'une séparation progressive de la question de la forme et de celle de l'idée, celle-ci devenant de plus en plus mineure dans la définition de l'art, et d'une montée en puissance successive des autres arts, la musique, d'abord, puis les arts plastiques, le cinéma, la vidéo. Parmi tous ces modes d'expression artistique, la littérature apparaît maintenant comme le parent pauvre, dans la mesure où elle s'adresse aux sens de la façon la moins directe et où la forme y apparaît moins perceptible qu'ailleurs. Quiconque veut enseigner l'esthétique — sinon le goût — préfère donc passer la littérature sous silence au profit des autres arts, qui exploitent des matériaux moins ambivalents et plus ouvertement artistiques que le langage.

Pour résumer, si, il y a deux siècles, la littérature trônait de manière incontestée au cœur l'enseignement, son importance s'est réduite depuis comme peau de chagrin. Des deux territoires sur lesquels elle régnait souverainement, le savoir et le goût, elle s'est fait chasser à la fois par les sciences et par les arts. Prise en étau entre les discours savants et celui des arts plastiques, la voici en effet doublement dépossédée et de l'idée et de la forme. Son décentrement est complet. C'est dire qu'il ne lui reste plus guère d'atouts à faire valoir.

Revaloriser l'enseignement littéraire sans revaloriser la littérature ?

Serait-il possible qu'il en fût autrement ? Dans un premier temps, il paraît vain de vouloir rendre à l'étude des lettres la place d'honneur qu'elle a perdue dans l'univers pédagogique, sans chercher par ailleurs à agir sur l'espace public dans son ensemble et sur la considération dont y jouit la littérature, puisque ces questions sont étroitement liées. Poser la question de l'enseignement de la littérature en termes purement pédagogiques, c'est se condamner à l'échec, si l'on ignore les déterminismes multiples qui contribuent à faire de cet enseignement ce qu'il est. Or, qui peut prétendre modifier en substance les relations qu'entretient la sphère sociale avec l'art du langage, lesquelles dépendent d'une quantité indéfinie de facteurs autonomes ? Certainement pas les professeurs de lettres, même à l'université, puisque leur pouvoir est limité précisément par cette dévalorisation à laquelle ils voudraient remédier. Comme nul ne peut monter sur ses propres épaules, la tâche d'une revalorisation de l'enseignement littéraire semble par principe devoir dépasser ceux-là mêmes qui auraient le plus intérêt à la mener à bien.

Par ailleurs, il serait absurde de penser que ce que la littérature a défait (son lien privilégié avec la société), elle pourrait aussi le refaire, et les morceaux ainsi se recoller comme par magie ; car, autant il est aisé de provoquer unilatéralement la rupture entre deux parties, comme l'a fait la littérature vis-à-vis de la société, autant la reconnexion des deux éléments suppose une action conjuguée sur les deux à la fois : pour mettre la littérature en phase avec la sphère sociale, il faudrait agir sur l'une comme sur l'autre.

Or, précisément, l'enseignement — et, en particulier, l'enseignement supérieur — constitue l'un des lieux où le littéraire continue d'interagir avec le social de la façon la plus directe, puisque le professeur, qui y exerce les fonctions de chercheur et de critique, d'ordre en partie littéraire, les exerce en vertu d'une mission qui lui a été confiée par la société, et avec une autorité que lui reconnaissent — ou sont censés lui reconnaître — les étudiants. Ainsi, par la position même qu'il occupe, se trouve-t-il d'emblée à la jonction des deux domaines qu'il conviendrait de mieux reconnecter l'un avec l'autre, le littéraire et le social. Il dispose donc d'une capacité d'influence dont on ne saurait exagérer l'importance, même si, évidemment, tous les pouvoirs ne se trouvent pas concentrés entre ses seules mains.

Certes, la revalorisation de l'enseignement littéraire ne se fera pas sans celle de la littérature elle-même. Mais, comme l'inverse n'est pas moins vrai, il n'est pas irrationnel de chercher à commencer par l'enseignement, tout en espérant que le mouvement ainsi lancé provoquera une réaction en chaîne salutaire.

De l'enseignement de la littérature à l'enseignement par la littérature

Plutôt que d'imaginer des solutions radicalement nouvelles, qui réclameraient des développements à part entière, je voudrais me contenter ici de voir si le parcours historique sommaire proposé plus haut ne fournirait pas quelques leçons pour l'avenir. La méthode peut sembler naïve, voire réactionnaire, d'autant qu'évidemment la résurrection de l'ordre ancien n'est ni possible telle quelle ni souhaitable. Mais est-il tellement absurde de vouloir faire accomplir au mouvement actuel juste ce qu'il faut de tour de spirale pour que la littérature retrouve un peu de son importance perdue ? C'est du moins le jeu auquel je m'essaierai pour finir.

Si donc, par convention, on décidait de rétablir la place de l'enseignement littéraire dans l'ordre du savoir et dans celui de l'art, où il régnait sans partage au début du xix e siècle, il importerait d'agir complémentairement dans les deux directions.

Il faudrait d'abord restaurer dans l'enseignement la référentialité des textes littéraires, en montrant qu'ils parlent du monde et des hommes. Pour ce faire, je propose de réinscrire dans les programmes les textes d'idées (histoire, sciences, philosophie) au voisinage des fictions, de façon à faire mieux sentir la continuité entre les différents types de discours plutôt que leurs oppositions. L'objectif ultime consiste à mettre en évidence la pensée de la littérature, qu'il ne faut pas réduire à un simple jeu de langage. Au contraire, il convient de montrer que les problèmes de représentation auxquels la littérature se confronte de façon privilégiée sont de caractère non pas seulement formel, mais également conceptuel. Pour avoir lu de cette façon avec les étudiants des textes sacrés et des poèmes philosophiques, je sais qu'on peut ainsi rendre sensibles à une classe des problématiques métaphysiques ou existentielles dont l'importance rejaillit sur les textes eux-mêmes, ce qui est bien le but recherché. Il faut montrer que la littérature est aussi un art des idées, au moins autant qu'elle est celui des mots.

Quant à l'objectif de restaurer la place de l'enseignement littéraire dans l'ordre de l'art, il peut aujourd'hui paraître contradictoire avec le précédent, depuis que savoir et beauté se sont dissociés. Mais précisément, il faut s'appuyer sur ce paradoxe pour montrer que la littérature est cet art qui, plus que tout autre, réunit à la fois la forme et l'idée, la beauté et le savoir. D'où des avantages exceptionnels, qui distinguent la littérature de tous les autres arts. Ainsi est-elle la seule à proposer des œuvres aisément reproductibles à l'infini, sans poser le problème de l'original : alors qu'il est difficile de faire venir La Joconde sur un campus ou d'y représenter Les Noces de Figaro , les poèmes de Baudelaire ne souffrent nullement d'être lus dans une édition de poche ou sur un écran d'ordinateur plutôt que dans l'édition Poulet-Malassis de 1857 ; l'émotion esthétique de la classe peut donc être complète. En tant qu'art dont le matériau est le langage — et le langage seul, à la différence du théâtre —, la littérature doit occuper dans l'enseignement en général, et dans celui des arts en particulier, une place proportionnée à l'importance de l'acte langagier dans l'expérience humaine. Et les textes littéraires du monde entier et de toutes les époques, même les plus reculées, doivent être convoqués pour rendre sensible cet héritage universel, d'autant que, comme j'ai pu souvent l'expérimenter, l'éloignement dans le temps et dans l'espace constitue une manière efficace de réenchanter la classe de lettres. Si les monuments artistiques du patrimoine mondial doivent être préservés, ainsi que le propose à bon droit l'Unesco, ceux de la littérature mondiale doivent l'être tout autant, et l'université a ici un rôle essentiel à jouer, non pas pour imposer une culture aux dépens d'une autre, mais pour rendre accessible aux étudiants la diversité des cultures. C'est même là l'origine de son nom : entre la formation intellectuelle délivrée par l'université et l'universalité littéraire, les liens doivent se renouer, qui n'auraient jamais dû se rompre.

Au fond, on aura compris qu'il s'agit moins de restaurer l'enseignement de la littérature que de refonder un enseignement par la littérature. Mais, à la différence du début du xix e siècle, l'œuvre littéraire ne sera plus là pour conforter des certitudes préexistantes et maintenir ad vitam æternam un état de fait présent. Bien au contraire, il faudra montrer le caractère irréductible du savoir qu'elle propose. Ainsi, comme le dit Peter Brooks, elle « refusera l'effort de récupération que nos étudiants ne savent que trop bien entreprendre, elle se tiendra en face de nous, étrange et inquiétante, pour nous interroger sur nos habitudes de pensée, notre situation culturelle et sociale. En effet, ce dont nous avons besoin, dans notre enseignement et dans tout notre rapport avec notre culture, c'est peut-être de ce Verfremdungseffekt dont parlait Brecht : un effet d'aliénation, d'étrangeté, qui empêcherait le désamorçage de la littérature par la parole ininterrompue de la culture (10). » Si l'enseignement de la littérature est conçu comme une force de questionnement et de déstabilisation permanente de la réalité ou comme un « pouvoir d'arrachement au donné », selon la formule de Sartre (11), alors peut-être sa nécessité deviendra-t-elle évidente. Mais, pour parvenir à ce résultat, il faut d'abord persuader les étudiants que la littérature concerne le monde.

Note

(1) L'Adieu à la littérature : histoire d'une dévalorisation ( xviii e - xx e siècle) , Paris, Éditions de Minuit, coll. « Paradoxe », 2005.

(2) François-Joseph-Michel Noël et François de La Place , Leçons françaises de littérature et de morale (1804), Paris, Le Normant, 28 e éd. : 1851, vol. 1, p. 737-747.

(3) Ibid ., p. xxiii (Buffon, Discours de réception à l'Académie française , présenté sous le titre « Règles de l'art d'écrire »).

(4) Ibid ., p. xiii.

(5) Ibid .

(6) Jean-François de La Harpe , Lycée ou Cours de littérature ancienne et moderne (1799), Paris, Didier, 1834, vol. 1, p. v.

(7) Ibid ., p. x.

(8) Voir Paul Aron et Alain Viala, L'Enseignement littéraire , Paris, Presses universitaires de France, coll. « Que sais-je ? », 2005, p. 52.

(9) Je reprends ici un argument développé par Tzvetan Todorov, « Livres et vivre », Le Débat, nº 135, mai-août 2005, p. 57-58.

(10) Peter Brooks, « La critique des pédagogues », dans L'Enseignement de la littérature , dir. Serge Doubrovsky et Tzvetan Todorov, Paris, Plon, 1971, p. 563.

(11) Jean-Paul Sartre, Qu'est-ce que la littérature ? (1948), Paris, Gallimard, coll. « Folio essais », 1993, p. 162.

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Enzo Mingione
sociologo (Università di Milano Bicocca)

A me sembra, anzitutto, che l'insegnamento della letteratura possa servire come guida e come stimolo alla conoscenza di una modalità di espressione artistica che ha anche una importante valenza comunicativa. Quindi rispetto all'insegnamento delle altri arti ha anche una valenza funzionale più drammatica dal punto di vista dell'apprendimento comunicativo. Mi sembra che questo possa inserire nell'insegnamento stesso delle complicazioni che personalmente non saprei come controllare. Sempre che sia utile controllarle e non gestirle come tensioni tra aspetti diversi, e indivisibili, dell'espressione artistica, tra piacere e arricchimento personale. Detto questo, sono contento di non insegnare letteratura anche se non sono nemmeno troppo contento di insegnare sociologia.

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Ivo Modena
Professore di Fisica Generale
Università di Tor Vergata, Roma

Chiarisco subito che, penso anche nella accezione della domanda, per "letteratura" intendo quella senza aggettivi come: filosofica, scientifica, storica, ecc.
Pertanto, nell' intento di classificare l' attività umana in grandi categorie, mi sembra che la letteratura si possa porre nella sfera dell' emotività, anche se questa scelta può apparire semplicistica.
Con questo chiarimento vorrei quindi esporre, in breve, le mie opinioni in merito.

La conoscenza-coscienza umana la percepisco come una sintesi di due attività fondamentali della mente: una razionale e una irrazionale che io chiamo emotiva. Una crescita equilibrata dell'uomo è quindi pensabile solo in una crescita contemporanea e armonica di questi due filoni. Esasperare lo sviluppo dell'uno a scapito dell'altro porta a distorsioni che hanno provocato certi e gravi danni all'umanità in diverse epoche (vorrei qui ricordare, all' incontrario dei timori dei propositori di questa indagine, che ancora oggi molti "intellettuali" si vantano di non sapere nulla di matematica).

Il programmare un percorso di studi, soprattutto ai gradini intermedi (scuole medie inferiori e superiori) in cui si privilegi uno dei due aspetti è sicuramente un notevole e talvolta irreversibile danno ai giovani. Tali scelte possono influire pesantemente sulla cultura di una intera generazione.
È mia convinzione che la presente tendenza a sacrificare nei programmi scolastici la parte "letteraria" sia dovuta ad un analogo, ma opposto, errore fatto in passato a sfavore della parte "scientifica". Sarà necessaria, se vogliamo preservare (o ritrovare) una tradizione di alto livello culturale nella nostra scuola, una intelligente e difficile opera di armonizzazione dei due settori.
Anche a livello universitario mi piacerebbe che fosse possibile e consigliato l'inserimento di qualche corso complementare seguito in ambito esterno alla propria specializzazione (scientifica o letteraria).
La preoccupazione che percepisco all'origine di questa inchiesta, la marginalizzazione degli studi letterari nella scuola di oggi, è da me condivisa in pieno, ma con un'aggravante: al presente, l'insegnamento in sé risente di un disimpegno culturale che si traduce, man mano, in una superficializzazione dell'apprendimento. Il che è in perfetta concordanza con gli spettacoli a quiz televisivi.

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Franco Moretti
critico letterario

A me sembra che quello che ci si ripromette dall'insegnamento della letteratura dipende in larga misura da quello che si pensa della letteratura in quanto tale. Ora, su questo io ho delle idee un po' antidiluviane, perché, per dirla in sintesi, ritengo che la funzione fondamentale della letteratura consista nel costruire dei compromessi simbolici tali da rafforzare il consenso intorno all'ordine vigente. Un consenso non banale, di norma più ricco delle ideologie 'esplicite' che si trovano in circolazione, e non privo di eccezioni (la tragedia; certe forme estreme di poesia e narrativa del ventesimo secolo); ma insomma, pur sempre di consenso si tratta – e anzi, di un consenso reso ancora più saldo dal piacere che fa tutt'uno con l'esperienza della letteratura. Poiché il piacere ci lega al mondo.

Ora, se questa è l'idea che uno ha della letteratura – e se, beninteso, non si è un partigiano dell'ordine costituito – allora è evidente che è escluso qualsiasi insegnamento di tipo celebrativo-normativo (vuoi conservatore vuoi progressista), e si impone viceversa un insegnamento di tipo critico. Voi direte che la cosa è ovvia, ma io non ne sono sicuro. Negli Stati Uniti, per esempio (in Italia non so), quello che davvero interessa non è tanto l'esame critico della tradizione, quanto il tentativo di metter su un Nuovo Canone che è diverso dal vecchio, ma altrettanto normativo. Impresa che per quel che riguarda il presente è ovvia, nel senso che si è sempre fatto, ma che per il passato (che è, e rimarrà, il vero territorio della letteratura) è del tutto inutile, e spesso bizantina.

Si saranno riconosciute, dietro l'antitesi dei due tipi di insegnamento, le posizioni 'monumentale' e 'critica' nei confronti della storia descritte da Nietzsche nel saggio giovanile Sull'utilità e il danno della storia per la vita. Con una complicazione in più: mentre io capisco che si possa avere un atteggiamento critico verso la storia (e la storia letteraria), non riesco bene a capire che senso abbia provare ad insegnarlo. Cerco di spiegarmi. Se la letteratura è davvero una forma di consenso così ricca e forte come me la immagino, allora eserciterà il suo fascino anche sugli studenti che ho davanti; ma se così è, questi non saranno gran che interessati a un suo studio critico. Se la letteratura è davvero così seducente, allora lo sforzo di criticarla ha un che di futile.

Ecco, questa è la mia posizione. Temo che sia un miscuglio di giansenismo e di assurdo: bisogna mirare alla verità, ma senza attendersi risultati, perché il piacere è più forte della verità (e le è ostile). Tra il lettore che gode e il critico che analizza, insomma, c'è una voragine che nessuna buona intenzione pedagogica potrà mai colmare. Nel mio caso, direi che la voragine si sia spalancata nel '68, e poi non si sia più rimarginata per il convergere di fissazioni personali e di uno strampalato interesse verso il metodo scientifico (che al piacere concede pochino). E forse, vedi la fortuna, nello svolgere questa riflessione ho anche trovato una risposta alla vostra domanda. Forse, la ragione per insegnare letteratura consiste nel far capire a chi ascolta che in noi coabitano due anime: una che vuole godere, e sta dunque ben attaccata al mondo e ai suoi bei prodotti; e una che vuole conoscere, e che guarda alla bellezza con sospetto, e magari con furore.

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Francesco Orlando
critico letterario

A che cosa serve la letteratura?
Per chi firma questa risposta, e trentatre anni fa firmò in breve sintesi una proposta di pura teoria, la domanda suona press’a poco come le seguenti: a che cosa serve l'aria che respiriamo? la terra che ci sostiene? il corpo di cui consistiamo? Queste cose non servono; piuttosto sono condizioni del nostro essere fisicamente quello che ognuno di noi è, un essere umano. In quanto tale, psichicamente, ognuno di noi è abitato da due diverse logiche, distinguibili e nondimeno inseparabili. Una è la logica forte che sa riconoscere l'individualità delle cose e rispettare il principio di non-contraddizione, la logica che usiamo da grandi e da svegli, la logica dei logici in sede culturale; quella che storicamente, una volta affermato il suo primato, ha cambiato nel giro di quattro secoli, in bene e in male, la faccia del pianeta. L'altra è una logica per lo più non riconosciuta, chiamata con nomi privativi (ir-razionale) sino a Freud e al suo continuatore Matte Blanco; quella che tende a generalizzare le somiglianze e addirittura a capovolgere le relazioni, quella da cui si affranca a fatica il bambino e che persiste indecifrabile nei sogni, lapsus e sintomi dell’adulto. Essa viene prima, e parrebbe destinata solo a essere superata dall'altra. Invece anch'essa è socialmente irrinunciabile e fertile quanto l'altra, se si ammette che non solo domina gli oscuri linguaggi del sogno, del lapsus e del sintomo, ma permea il linguaggio comunicativo per eccellenza che è quello verbale. Lo permea in misure variabili, dall'espressività più o meno marcata dello scambio quotidiano orale, fino alla creatività coerente ed organica dei classici letterari. Solo dall'uso neutro e rigoroso di trattazioni scientifiche si può ritenerla quasi totalmente assente: "non c'è che un geometra o uno scemo che possa parlare senza figure", scrive Rousseau.

Eccoci dunque alla letteratura. Ma alla letteratura concepita su scala paradossalmente ampia, proprio all'opposto delle concezioni che di recente hanno prevalso, e che la riducono a un corpus di classici istituzionalmente accreditato, senz'altra possibile definizione che l'appartenenza stessa a quel corpus. Se invece si esige una definizione meno rinunciataria, fondata sulle caratteristiche oggettive dell'uso d'un linguaggio, bisogna cercarla in direzione delle figure, seppure estendendo moltissimo il concetto rispetto al repertorio della retorica tradizionale: quelle figure i cui scarti, ambivalenze, polisensi sono precisamente i modi in cui permea il linguaggio, a spese della logica ufficiale, l'altra logica meno rispettosa delle individualità e della non-contraddizione. E allora non c'è scampo, bisogna arrendersi all'idea che letteratura non possono essere esclusivamente i classici. Le figure sono quasi onnipresenti nel linguaggio come la logica meno rigorosa lo è nella psiche: "Sentite dire metonimia, metafora, allegoria e altri nomi simili", scrive Montaigne; "non pare forse che si alluda a qualche parlata rara e peregrina? Sono formule che si adattano alle chiacchiere della vostra cameriera». Oggi il peggio sarà dover ammettere che sia letteratura, quanto il testo scritto di Dante o di Shakespeare, il testo orale della prima sceneggiata pubblicitaria, carico com'è il più delle volte di facili figure e d'un appello volgare all'immaginario. Per fortuna, a parità di fondo letterario, resta nostra facoltà distinguere fra innumerevoli gradi, generi, livelli di letteratura, e innanzi tutto fra letteratura grande o mediocre, buona o cattiva: l'immancabile giudizio di valore, che è meglio lasciar passare lealmente dalla porta piuttosto che scacciarlo perché poi rientri dalla finestra.

Si dirà che ho semplicemente cambiato la domanda in un'altra equivalente, a che serve la grande letteratura? Non è vero, non è proprio lo stesso. Già il concepire i classici come una roccaforte elevata ma circoscritta, al centro dell'immensa circonferenza che abbraccia la maggior parte del discorso umano, li sottrae a ogni illusione malevola che siano ornamento, lusso, privilegio di cui si può fare a meno. Togliete quelli, prima o poi il loro posto sarà preso da altri; il canone che li enumera è infatti in perenne movimento, ogni venti o trent'anni ce n'entrano di nuovi e qualcuno dei vecchi ne esce. Ma quali meriti, una buona volta, giustificano che un testo ne faccia parte? Dirlo in breve non è facile, lo riconosco, benché io sia convinto almeno di una cosa: che nella faccenda sono in gioco alla fin fine questioni morali e sociali. Più esattamente: la questione del rapporto fra un io, l'io, si capisce, del lettore, e gli altri; la questione del rapporto fra particolarità, quelle, si capisce, per cui sta l'autore, e universalità. Non a caso lo spazio tolto alla letteratura nei quadri dell'istruzione è stato occupato spesso da una cultura un po' vaga, e studi culturali è il nome d'una tendenza metodologica da tempo invadente. E certo, se sono opinioni di vari autori e di altre epoche che si desidera condannare o approvare, se è l'ideologia ciò che conta, perché doverla andare a cercare in poesie, drammi o romanzi, e cosa importa poi che questi siano belli? Qualunque altro documento potrà essere altrettanto utile; anzi di più se non letterario, cioè, per ipotesi, se redatto senza figure né contraddizioni. Il guaio è che condannando o approvando opinioni su linee a tal punto prevedibili, logica forte contro logica forte, non avremo ritrovato dentro i vari autori e le altre epoche che noi stessi; politicamente corretto, ma davvero un po' troppo rassicurante.

Di contro, leggendo letteratura con totale abbandono sì che si mette in gioco la propria identità, che si fanno esperienze e scoperte, che vige il rischio o la speranza di cambiare. Ben più che di opinioni da giudicare con l'intelletto, si tratta di visioni del mondo di cui farsi interiormente partecipi. E vere mediatrici ne sono le ambivalenti o polivalenti figure, caratteristiche del linguaggio letterario: tanto più densamente e segretamente coerenti, quanto più della letteratura è alto il livello.
Ecco perché Proust attribuisce alle figure (lui dice: allo "stile") la proprietà di rivelarci quella differenza di visione "che, se non ci fosse l'arte, resterebbe il segreto eterno di ognuno". Di farci "uscire da noi stessi": "invece di vedere un solo mondo, il nostro, lo vediamo moltiplicarsi, e tanti artisti originali ci sono, tanti mondi abbiamo a nostra disposizione, più differenti gli uni dagli altri di quelli che ruotano nell'infinito". Mondi vicini o lontani, preme oggi aggiungere, nello spazio o nel tempo. È giusto che, in era postcoloniale, si pensi innanzi tutto alle alterità contemporanee, etniche, geografiche; non è meno remunerativo però che un'attualità dalla memoria sempre più corta, dal conformismo sempre più penetrante, si confronti sia con le tante alterità del nostro proprio passato, sia con tutte quelle che non si prospettano altrove e lontano ma qui accanto. Quanto all'universalità, sarebbe lungo spiegare perché, come attributo della grande arte, venga confermata in modo nuovo e sorprendente dalla logica scoperta da Freud secondo Matte Blanco. Posso almeno sollevare un sospetto sul contrario dell'universalità: troppo spesso particolarismi e relativismi, lusingandosi di opporre il diverso al diverso, oppongono sotto sotto l'uguale all'uguale.

Per chiudere, c'è ancora un sospetto che vorrei sollevare. Le mode dell'autoreferenzialità e dell'intertestualità ci ripetono da quarant'anni che la letteratura parla di se stessa e non del mondo, rimanda sempre ad altra letteratura e mai al mondo; non saranno per caso corresponsabili, secondo una sorta di legge del taglione, se ormai il mondo teme di annoiarsi a sentir parlare dei classici e non vuol più lasciarsi rimandare ad essi? Farla finita con queste anziane mode, tornare a interrogarsi in modo originale sulla parte di mimesi e la parte di convenzione che fondano ogni arte, sarebbe corresponsabilità istituzionale di noi studiosi e insegnanti di letteratura. Una buona occasione potrà essere, l'anno venturo, il cinquantenario della morte di Erich Auerbach (1957): il cui capolavoro è intitolato Mimesis, e ha come sottotitolo non Il realismo..., come era stato tradotto in italiano, bensì La rappresentazione della realtà [Dargestellte Wirklichkeit] nella letteratura occidentale.
Contrariamente a una diffusa semplificazione, il libro non punta a un realismo, il quale si affaccerebbe solo nel terzultimo capitolo con l'Ottocento; esso percorre nei suoi venti capitoli tutta la meravigliosa pluralità delle convenzioni da cui, lungo tre millenni di letteratura occidentale, la mimesi è stata regolata.

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Alessandro Pedersoli
avvocato

Se il verbo servire viene qui utilizzato nella sua accezione di una qualche utilità anche immateriale la risposta è certamente positiva. Infatti senza la poesia, senza i romanzi, insomma senza i libri come sarebbe possibile capire la realtà, se stessi e gli altri? E soprattutto sarebbe ancor più difficile superare dolori e difficoltà senza la consolazione del poter uscire dal 'sé' e ancora sperare.

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Vanda Perretta
germanista

Per alcuni, favoriti dagli dei, la letteratura è tutto. E la letteratura è realmente tutto. È presenza, memoria, spaesamento, radicamento, illusione, rabbia, sogno infinito e finito, doloroso recupero della realtà. La letteratura in ogni sua forma, dalla più inaccessibile alla più triviale, è una specie di qualità o tara congenita all'uomo e ignota agli animali. La letteratura è amalgama, è patrimonio che si riconosce comune perché travalica i confini, supera senza sosta ogni tipo di limite, è volatile, imprevedibile, sfuggente, appena più duratura del bronzo. È un esercizio salutare, economico e sempre di successo contro le meschinerie nostre e del mondo intorno, è anche comica, quando non induce al pianto, è consolazione ma può essere anche provocatoria, dolce, accogliente, inospitale e dura. Tutto questo gli scrittori, autori e artisti lo hanno sempre saputo e hanno cercato da sempre e da sempre invano di farlo capire ai laici, agli esperti, a storici e critici che la letteratura hanno insegnato a modo loro e che quindi hanno prodotto schiere di giovani inconsapevoli che affermano baldanzosi: letteratura no! Letteratura ma! Gli stessi, ove diversamente indirizzati, sono poi vittime come i loro predecessori, dal fascino della parola scritta e sono pronti ad innamorarsi anche di una letteratura certo non amena come quella tedesca. E piangono con Werther, sognano come Homburg, riconsiderano i luoghi comuni su Venezia e via dicendo. Non bastavano infatti le slavine di tutta la critica per seppellire o mettere a tacere la voce degli autori che, sapendolo, attendono con orientale pazienza, che mani giovani e dottamente ignoranti li riportino alla luce e li facciano liberare nell'aria, lievi sogni del tutto.

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Alessandro Piperno
scrittore

Mi accingo a scrivere questi sconnessi appunti seduto a un tavolino d'uno dei mille Starbucks disseminati per Manhattan. Non mi lascio andare a questa confessione per esibire un sempre più compulsivo nomadismo, ma per comunicare l'emozione della vita in movimento. Se il baudelairiano "Uomo delle folle" fosse ancora tra noi si sarebbe già da tempo trasferito qui - in questo postmoderno bistrot ! - per lasciarsi traversare dall'esperienza che regala l'immane moltitudine metropolitana. E allora quale miglior luogo per ragionare sulla letteratura, e sul senso che è necessario conferirle oggi?

Devo dire che il tentativo di affibbiarle un'utilità mi suscita disagio. Sarebbe come tentare un'analoga operazione con l'amore. Esso esiste, può accadere che un individuo ci si imbatta, ma ciò non autorizza nessun innamorato a postulare che la passione serva a qualcosa, tanto meno a spingere il medesimo innamorato a disprezzare coloro che ne ignorano i tormentosi languori.

Ma l'interrogativo posto in capo a questa indagine merita uno sforzo maggiore. Ci si chiede non tanto quale utilità abbia la letteratura in generale, ma, più specificamente, se serva ancora agli uomini incapsulati nel ventre di quest'oggi affluente e incomprensibile. Si muove dal presupposto che la letteratura in altre epoche abbia svolto una sua funzione (al di là del puro intrattenimento) e che, stradafacendo, l'abbia perduta o altrimenti mantenuta.

La mia impressione è che certe cose non progrediscano e non regrediscano. Mi riesce arduo immaginare un'epoca in cui la letteratura fosse più o meno utile di quanto non lo sia oggi. D'altra parte che significa "utile"? Che si prefigge obbiettivi didascalici? E che per questo deve immergersi nel mondo, con impegnata consapevolezza, per portarvi scompiglio?

Ritenere (come io per altro ritengo) che la letteratura abbia una intrinseca moralità significa, non tanto che essa sia tenuta a insegnarci a distinguere il bene dal male, ma semmai che si configuri come tensione verso l'autentico. Allora si potrebbe azzardare che la letteratura sia utile nella misura in cui essa è capace di mantenere alta questa tensione. Ma, in verità, tale manutenzione (per altro indispensabile) non certifica, di per sé, alcuna utilità.
Insomma siamo al punto di partenza.

Per provare a imprimere un'accelerazione al ragionamento occorre abbandonarsi a qualche asserzione paradossale.
Per questo mi affiderei a Nabokov. Ho un debole per alcune sue dichiarazioni, sebbene molto spesso non riesca a condividerle. Come si può accettare che qualcuno disprezzi Dostoeveskij, Camus e Sartre, e che a questa troika meravigliosa preferisca quella formata da Wells-Queneau-Robbet-Grillet?

Ma, d'altra parte, ragionando su questi argomenti, è difficile non pensare a Nabokov, perché lui è stato il più irriducibile alfiere dell'inutilità della letteratura tanto quanto Sartre è stato il paladino della sua utilità.
Facciamo un esempio.

All'imbelle intervistatore che gli chiede perché ha scritto Lolita l'impassibile Vladimir risponde: "Mi piace semplicemente comporre enigmi con soluzioni eleganti".

Dunque è questo Lolita per il suo autore? Una sequenza di "enigmi con soluzioni eleganti"?

L'esercizio critico è una disciplina basata sul sospetto, non troppo dissimile dalla deontologia dell'investigatore. Ecco perché mi pare doveroso dubitare della buonafede di Nabokov. E' indecente ridurre Lolita a una sequenza di "enigmi con soluzioni eleganti". Si tratta piuttosto di un grande romanzo d'amore che ha il merito storico di aver chiuso in bellezza un genere trasversale a tutta la tradizione occidentale: quello inaugurato da Paolo e Francesca e che, passando per Emma e Charles Bovary, per Anna e Vronskj, termina la sua corsa nell'abitacolo d'una macchina all'interno del quale si sfidano all'ultimo sangue Humbert e la sua ninfetta.
Ecco cosa è Lolita.
E allora perché Nabokov si nasconde dietro a una risposta così incongrua?
No, non si tratta dello snobismo dell'autore che, consapevole di aver scritto un capolavoro, si schermisce dietro affettazioni di modestia. E neppure di quella retorica parnassiana in cui troppo spesso Nabokov indulge.

Semmai si deve pensare a una forma estrema di moralismo. Inteso nel senso classico del termine. Cioè come ricerca inesausta di autenticità. Prima di giustificare quest'ultima affermazione, proviamo a interrogarci su chi sia Nabokov e su che vita abbia condotto.

È uno dei più straordinari testimoni del XX Secolo e che, nonostante questo, ha impiegato ogni mezzo affinché noi ce ne dimenticassimo. La sua vita è un'insanguinata cartolina del ‘900. Nasce sotto gli zar, subisce tragicamente la Rivoluzione d'Ottobre, studia a Cambridge, vive in Francia e in Germania, perde il fratello in un campo di concentramento nazista, emigra in America, l'abbandono del suo idioma originario per un inglese sterilizzato gli consente di inanellare una serie di capolavori, e in un estremo gesto di neutralità decide di morire in un lussuoso albergo svizzero.

Come si capirà da questa breve biografia nessuno più di Nabokov avrebbe potuto tirarsela: molestarci con la sua coscienza di testimone scomodo. Nessuno più di lui avrebbe potuto interpretare il ruolo del Günter Grass della diaspora russa, della vittima designata del bolscevismo. Avrebbe potuto dirci che la letteratura, nella sua vita, aveva svolto un ruolo politicamente catartico. Avrebbe potuto lasciarsi andare al narcisismo insito in ogni sbandierato engagement . Avrebbe potuto… ma non l'ha fatto. Per dignità, credo. Per quel moralismo cui alludevo, ha scelto la strada più difficile: quella intrapresa, quasi un secolo prima, da Flaubert, che ti spinge a sacrificare la vita per la letteratura senza interrogarti sul perché lo stai facendo.

La letteratura non serve a niente. Non è mai servita a niente. E mai servirà. C'è un che di commovente nella sua inutilità. E un palpito d'eroismo in chi la pratica seriamente, nonostante tutto. Diverse volte, soprattutto nel secolo scorso, gli intellettuali hanno tenuto a farci sapere che la letteratura poteva e doveva svolgere un pubblico servigio. Ma essi mentivano a se stessi. Nessuno stupore: è una caratteristica dei letterati quella di mentirsi. Neanche il più geniale campione di scacchi - che ha immolato la sua vita a quel gioco per sociopatici, trascorrendo la maggior parte dei giorni di fronte alla scacchiera, in compagnia dei suoi pensieri astratti - postulerebbe che gli scacchi servano a qualcosa.

Perché, allora, i letterati sentono la necessità di appiccicarsi in fronte il bollino di utilità sociale?

Cesare Garboli pensava che la letteratura fosse una patologia psichica. Difficile dargli torto. A noi che ce ne occupiamo può sembrare una cosa sana, seria, determinante, indispensabile per la vita umana. Ma dobbiamo accettare l'idea che c'è un sacco di gente non meno profonda e non meno degna di noi che non ha mai letto Shakeaspeare. Che è vissuta e che è morta senza mai sentire la necessita di assistere a una delle sue tragedie in teatro. Credo si debba accettare il concetto che la letteratura sia un problema nostro, di noi che ce ne occupiamo, e non di tutti quelli che non ne vogliono neppure sentir parlare. E che forse essa non è altro che un ripiego per infelici che il tempo ha cronicizzato in vizio. Come l'amore, come gli scacchi.

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Arnaldo Pizzorusso
critico letterario

"In un periodo in cui gli studi letterari...". Il documento del Seminario inizia con una costatazione oggettiva. Questa costatazione è, credo, la motivazione della domanda che viene posta.

Non propongo una definizione della letteratura o della sua "essenza". Consento con la formula famosa di Barthes secondo cui "l'atto della scrittura non può essere limitato da un perché né da un verso che cosa " . Un testo può dirsi "letterario" se, in un determinato quadro culturale e nella soggettività del lettore, è letto "come letterario". Il punto sta quindi nella lettura, sia quanto al testo in sé sia quanto alla sua funzione. Ma quale l'utilità della lettura di un testo letterario (posto ch'essa sia utile)? Il tempo delle grandi opere - nel Novecento, di Joyce, Musil, Proust... - è un tempo lento. A questo tempo è correlativo il tempo della lettura, ma solo di una buona lettura, che è il tempo della riflessione e della conoscenza. Si può (o si deve) supporre che l'immensa diffusione dei media abbia, nella seconda metà del Novecento, reso difficile una tale operazione? Ma, se la letteratura è una categoria, essa è una "categoria aperta" (S. Fisch). Alla sua apertura corrisponde l'apertura di una mente che si rivolge verso un'opera e non verso una sua contraffazione. A questo, se non m'inganno, "serve" la letteratura e forse, in qualche aula delle Università, la sua descrizione e rappresentazione.

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Antonio Prete
critico letterario e scrittore

La domanda "a che cosa serve la letteratura" s'è riproposta in mille e più varianti, via via adattata agli stili delle epoche, ai contesti del discorso, alle discipline "interroganti", alle mode. La si potrebbe, quella domanda, trasferire anche nell'altra, che il giovane Baudelaire si pose, graffiando convenzioni, col titolo A quoi bon la critique? .

Ricordo d'aver partecipato, ai tempi di "Alfabeta", a una estesa e animatissima inchiesta - sotto forma di saggi per la rivista - dal titolo Il senso della letteratura. Era l'indimenticato Antonio Porta che seguiva le fila degli interventi. Il mio articolo, intitolato I cinque sensi della letteratura, cominciava dicendo: "La letteratura non ha senso, non ha un senso: ne ha cinque". E passavo a esporre e illustrare i cinque sensi corporali della letteratura: vista, udito ecc. Ricordo questo particolare sia perché il lettore di questa inchiesta avviata dal Seminario di Filologia francese potrebbe andare a rileggere tutti quegli interessanti interventi (che furono poi replicati in un Convegno a Palermo, al quale non potei partecipare), sia perché, per quanto mi riguarda, ancora oggi risponderei alla domanda più o meno nello stesso modo. E cioè, invitando il lettore a considerare come la letteratura è un corpo vivente, e senziente, e come tale respira tra i viventi, anzi trascorre tra le vite dei singoli viventi costituendo una sorta di filo che lega quel che è già stato con quel che è e che può essere. Tempo e spazio di presenze: che sollecitano, da moltissime lingue, e con tantissimi toni e stili, un dialogo. Un'immensa biblioteca vivente. Se togliamo, o ignoriamo, questa condizione di vivente, di sensibile, alla letteratura, le sue parole appaiono appunto mortifere, inerti, estranee al nostro tempo assediato dal dominio di un solo senso, il senso del vedere.

E aggiungerei forse un'altra ragione circa la necessità di tener vivo il senso, i sensi, della letteratura. Il suo corpo vivente, la straordinaria polifonica orchestrazione delle sue forme, dei suoi stili, delle sue storie, delle sue esperienze, per il fatto che attivano l'immaginazione e richiedono un'attenzione e una conversazione - la lettura è lo strumento primo del rapporto - tengono aperto il senso della lontananza. In un tempo in cui la lontananza è una tecnica (sulla tecnica del lontano, che prende il lontano e lo porta nel qui e ora, nella superficie del qui e ora, si basano tutte le forme della telematica), la letteratura permette di dare alla lontananza il suo spessore, di non schiacciare la lontananza sulla superficie dello schermo. "Non sopprimere la lontananza": era un verso di René Char. La letteratura tiene aperto lo spazio della lontananza.

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Enrico Pugliese
sociologo

Rispondo alla domanda "a che serve la letteratura" da sociologo. Con ciò non intendo parlare dell'importanza della letteratura nella società ma piuttosto di come la letteratura aiuti il sociologo nel suo lavoro.

Devo premettere che ho sempre provato un certo senso di ammirazione, quasi di inferiorità, nei confronti degli autori letterari (nella categoria comprendo anche gli autori delle sceneggiature dei films). Ho sempre trovato che loro arrivano prima e meglio rispetto ai sociologi nella rappresentazione e nell'illustrazione delle tematiche sociali delle quali mi sono occupato nella mia vita di studioso.

Per fortuna il libro, relativamente recente, di Grabriella Turnaturi su Immaginazione sociologica e immaginazione letteraria (Laterza) mi ha chiarito un po' le idee collocando in ambiti decisamente distinti i due tipi di immaginazione e relativi prodotti. Ma resto convinto che la letteratura contribuisca notevolmente anche allo sviluppo della immaginazione sociologica. Nelle note che seguono farò implicito riferimento alla mia esperienza personale e i testi che citerò sono evidentemente frutto di una scelta casuale.

Vorrei mettere subito in chiaro che mi riferisco alla letteratura in generale e non solo alla letteratura a sfondo sociale o socialmente impegnata. Infatti la grande virtù dell'opera letteraria e poetica consiste per me nella capacità evocativa, nel lasciare nel lettore un'impressione profonda che arricchisce la sensibilità e il quadro culturale dello scienziato sociale permettendogli una lettura non arida e più profonda dei dati che osserva.

Certamente ci sono poi delle opere letterarie particolarmente importanti dal punto di vista sociale: cioè lavori belli dal punto di vista letterario e capaci di illustrare il vero con grande forza e capacità. Prendo alcuni esempi dall'ambito delle mie ricerche sociali passate e attuali. Studiando la realtà sociale del Mezzogiorno non si poteva fare a meno nei decenni scorsi di due opere letterarie estremamente significative il Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi (non certo il più bel libro di questo autore: di portata letteraria senz'altro inferiore a L'orologio) e a Contadini del Sud di Rocco Scotellaro. Il successo del primo nel vasto pubblico e del secondo limitato al pubblico più colto o con interessi meridionalisti fu determinato proprio dalle loro virtù letterarie. L'emozione suscitata dalla lettura di quei testi, unita all'attivazione della sensibilità sociale per i problemi della gente della quale si parla nei romanzi, è stata fondamentale perché essi divenissero un punto di riferimento per gli studi sociali.

Da questo punto di vista ancora l'emigrazione (o l'immigrazione a seconda del punto di osservazione del fenomeno) rappresenta un caso particolarmente interessante. Non si tratta solo della letteratura impegnata socialmente, anche se da essa sono venuti stimoli importantissimi. Per chi studia l'emigrazione da sociologo rimane sempre sorprendente la capacità di dire, di evocare, di far comprendere che l'autore letterario possiede. Penso di nuovo, per l'emigrazione, al giovane Rocco Scotellaro e a L'America, quando scrive: "Ho perduto la schiavitù contadina/ non mi farò più un bicchiere contento/ ho perduto la mia libertà". Questo ossimoro può stimolare pagine e pagine di spiegazione sociologica della complessità, e per molti versi della contraddittorietà, della esperienza migratoria.

E questo vale per la letteratura in generale, il cui contributo è fondamentale per lo la formazione dello studioso della società. E il richiamo all'opera letteraria fa pensare e illumina sulla realtà sociale, sulle relazione e sui caratteri delle persone. D'altro canto una grande opera di scienza critica della società ha sempre un qualche valore letterario che riflette anche l'importanza che la letteratura ha avuto nella formazione dell'autore.

Rispetto a altre tematiche di mio interesse da sociologo nello studio della tematica della disoccupazione della quale mi sono occupato negli anni scorsi è stata importantissima la lettura di romanzi ambientati per esempio nell'Inghilterra negli anni della Depressione degli anni Trenta. Eric Blair (George Orwell) in romanzi autobiografici come Down and out in Paris and London o in - reportages come The road to Wigan Pier oppure con romanzi veri e propri come A Clergyman's Daughter rappresentano la realtà sociale della disoccupazione con un impatto che nessuno studio – e ce ne sono stati di grande valore – sociologico coevo è riuscito a raggiungere.

E potrei citarne per la stessa epoca e per la stessa tematica molti altri. Mi vengono in mente le opere letterarie a me più care certamente impegnate socialmente: penso a The Grapes of Wrath di John Steinbeck che vale quanto e più di un trattato sociologico sugli effetti dello sviluppo tecnologico, della meccanizzazione e della penetrazione del capitale finanziario in agricoltura nella società americana degli anni trenta. D'altra parte il confronto in questo campo è immaginario perché un'opera del genere non è mai esistita, anche perché è mancata ai sociologi la capacità di produrla.

Tuttavia – lo ribadisco ancora una volta – le opere letterarie che servono a sviluppare l'immaginazione sociologica non sono solo quelle a sfondo sociale. Penso che un'opera come The importance of being Ernest di Oscar Wilde (criticato dopo la prima rappresentazione in una recensione dal fabiano George Bernard Shaw per il suo scarso impegno sociale) sia di enorme stimolo per qualunque sociologo interessato a capire le varie forme di ipocrisia nella società o i paradossi della quotidianità.

E non parliamo dello sterminato contributo della letteratura di ogni genere allo studio delle classi sociali, ai loro rapporti e ai valori delle diverse classi. Mi viene in mente Queneau e il picco di surrealismo rappresentato dalle scene finali di Zazie dans le metro "La veuve Mouaque, tenant ses trips dans ses mains s'effronda./ C'est bête, murmura-t-elle. Moi qu'avais des rentes / Et elle meurt." Anche in punto di morte, in punto di morte violenta, i valori piccolo–borghesi si impongono: è un peccato che muoia proprio lei che aveva dei soldi da parte, delle rendite. Un commento del genere alla morte improvvisa di una benestante lo si poteva sentire in ogni posto del mondo in quegli anni. E credo anche ora.

Insomma le opere letterarie che – mi è chiaro – si fondano sulla finzione (non a caso in inglese si usa il termine fiction), pur non rappresentando la realtà sociale, riescono a concentrare in determinate immagini e nel racconto di particolari vicende tematiche di grande rilevanza sociale (o anche psicologica, ma non è di questo che mi occupo) a mio avviso essenziali per l'allargamento dell'orizzonte e per lo sviluppo della immaginazione sociologica. Solo una base culturale rispetto alla quale il contributo della letteratura è essenziale per evitare i due vicoli ciechi nei quali, secondo Wright Mills, la sociologia rischia di finire: "l'empirismo astratto" e "le grandi teorizzazioni". L'elemento comune a entrambe tendenze sta proprio nella aridità, nella assenza appunto di immaginazione sociologica che può e deve essere coltivata.

Assodato che tutta la letteratura, tutta la buona letteratura, è fondamentale per la formazione del sociologo e come stimolo per la sua ricerca, vorrei soffermarmi su un genere dell'attualità: sulla letteratura che non serve, per lo meno che non serve al sociologo. Mi riferisco a quel filone in ascesa che va sotto il nome di docfiction, il romanzo documentario o il reportage letterario. Credo che il danno che fa questo filone letterario – al quale appartengono ormai dei libri di grande successo - sia duplice. Se la documentazione diventa poco attendibile e la rappresentazione della realtà è falsata, allora si rivendica il valore dell'operazione per il fatto che si tratta di fiction, di finzione letteraria. Però, magari con riferimento allo stesso testo, si perdona qualche volo pindarico o qualche stucchevole prova di lirismo sostenendo che il testo è importante per come documenta la realtà sociale. Non è questo campo della letteratura a cavallo con la sociologia che interessa il sociologo, bensì l'intero campo della letteratura: in particolare i classici.

Detto questo mi resta comunque la convinzione che la letteratura aiuta a dare uno sguardo sul mondo che è utile non solo al sociologo nella sua formazione ma a chi si appresta a svolgere qualunque attività intellettuale. Naturalmente non è certo solo questo il compito della letteratura. E, d'altro canto, non vorrei aver dato con questo intervento l'impressione di ritenere il sociologo solo un letterato meno fantasioso e creativo : i suoi compiti di rappresentazione interpretazione critica della società sono altri. Volevo solo sottolineare quanto la letteratura lo aiuta.

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Jacqueline Risset
poeta e critico letterario

Se la poesia risorgesse "primo fuoco nel basso del mondo morto", a cosa somiglierebbe?

Dopo un secolo di interrogazioni, di contestazioni, di dubbi radicali – dopo la svalutazione dadaista delle arti, dopo il ripudio surrealista dei "pohètes", dopo la "haine de la poésie", dopo un consenso così largo sulla sua inutilità, "inammissibilità", inesistenza – apparirebbe forse più forte, ritroverebbe il suo stato sorgivo, di irruzione dell'istante, di aurora, di mondo?

La nozione di insurrezione si è ormai estesa a tutti i campi della letteratura – l'esperienza della diversità delle lingue, l'"entre-langues" beckettiano, il "partage des mots", la pratica del linguaggio come protesta. "L'odio della poesia" è ormai "passione della poesia"?

E se si conviene che la poesia è la letteratura portata al suo grado massimo di intensità e di intransigenza ("la letteratura non è nulla se non è poesia", scriveva Bataille), allora il suo futuro appare certo. Infatti, laddove sembrava ormai venuto meno l'uso della parola letteratura, il suo modello conoscitivo – il pensiero della complessità – è già assunto e utilizzato dalle scienze più avanzate. Letteratura come campo di realizzazione dell'inesauribile – esperienze del limite, canto, silenzio…
(Da J. Risset, Il silenzio delle sirene. Percorsi di scrittura nel Novecento francese, Roma, Donzelli, 2006).

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Nicholas Royle
scrittore

Literature allows you to escape from your responsibilities at the same time as fulfilling them. It lets you hide from your enemies as you confront them. It gives you the opportunity to be here and there at the same time. To be both present and absent, for and against, black and white – and shades of grey. It is an essential form of freedom, as vital to those who need it – writers and readers alike – as food, water, air. It is a means of exploration and discovery. It is a voice for the asking of questions. It is the hard copy of our dreams. With it our potential is limitless; without it we are diminished almost to the point of extinction

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Franca Ruggieri
anglista
La letteratura come nuova retorica, tra marginalità specialistica e centralismo culturale

1. Gli "aneddoti" di viaggio, su cui Greenblatt costruisce le sequenze di Marvelous Possession, sembrano di fatto assumere una funzione simile a quella che Sterne attribuiva alle digressioni-escursioni nell'ambito del "meccanismo della propria arte", quella di assorbire l'attenzione del lettore sul dettaglio digressivo - quasi un movimento di rotazione del discorso narrativo su se stesso - mentre il "senso" dell'opera intera continua, anche grazie a quelle soste apparenti, il suo movimento progressivo di rivoluzione. L'aneddoto è il racconto, essenziale, dell'origine, la documentazione della singolarità del contingente ed è anche “il registro principale dell'inaspettato… dell'incontro con la diversità inaugurato e insieme riassunto dal meraviglioso approdo di Colombo in un emisfero immaginato, che gli precluse l'acceso all'estremità orientale del mondo conosciuto” (1). Al centro del saggio di Greenblatt è proprio la frase con cui Colombo comunica a Luis de Santangel il successo della spedizione e la presa di possesso delle isole che ha trovato e che commenta così: ”y no me fué contradicho” (“e non mi fu contraddetto”). La ritualità, arida, mutila, radicale, di questa presa di possesso verrà subito di seguito compensata dal ricorso al “meraviglioso” del racconto a cui Colombo si rivolge, come strategia retorica , per riempire il vuoto al centro del rito. Ed è nell'uso della meraviglia come strategia narrativa, che si avverte già la presenza della scrittura letteraria e del racconto come retorica.

Così, all'origine dell'idea che in questi ultimi anni la letteratura, nelle sue diverse componenti, scrittori, editoria, lettori, svolga nella realtà occidentale il ruolo di una “nuova retorica” (2) - un inavvertito strumento di consenso e di successo - c'è la consapevolezza recente, inquietante nella sua semplice evidenza, di vivere un paradosso elementare, fuori di ogni possibile analisi teorica, che ne voglia verificare la probabilità. E il paradosso consiste nel fatto che la scomparsa, agli inizi degli anni Novanta, in Occidente, delle ideologie, dei regimi e dei partiti che a quelle esplicitamente si ispiravano, ha coinciso con l'affermazione generale e indiscussa di un'idea trasversale di mercato, e, di conseguenza, di una ideologia unitaria forte, senza nome, segnatamente totalizzante per definirsi non di parte, più che mai intollerante per indifferenza, sicura e aggressiva fino all' arroganza, decisa ad invadere tutti gli aspetti della società e della cultura. All'apparenza questa modalità dell'apparire e dell'essere si presenta come naturale negazione di qualsiasi ideologia e rifiuta ogni relazione immediata con il libero mondo delle arti e della cultura, che, però, istintivamente la riflettono, con naturalezza, con immediatezza, perfino con un liberatorio senso di ritorno alla “normalità”. E, infatti, non c'è forse mai stata tanta ideologia, come passiva e “naturale” accettazione dell'esistente, nelle scelte della politica e della cultura occidentale, come in questi ultimi anni, dopo la caduta dei muri e la conclamata scomparsa delle ideologie.

Allora il coro istituzionale e mediale della pacificazione compromissoria valuta, giudica, punisce - senza lasciarsi giudicare - per lo più ispirato dai buoni sentimenti e dai valori inossidabili della conservazione immobilista dell'ordine più antico, in apparente contraddizione con l'esibizione di entusiasmo innovativo, altrove ostentato per la “modernità” tecnologica pervasivamente spinta al massimo livello. La centralità dei valori economici e finanziari, in ogni ambito, riduce, d'altra parte, i margini del dibattito e fa di ogni interlocutore dubbioso, o solo problematico, uno snaturato nemico di quei “valori dell'Occidente”, che si riconoscono nella ritualità nominalistica delle nostre democrazie ormai malate, tutte - nella riflessione generale - più o meno formali e imperfette. Sono gusci vuoti e fragili, dove, sempre più spesso, impunemente il recente potere di nuove oligarchie si arrocca, indifferente e incontrollato, dietro il tenue velo dei macchinosi rituali barocchi e delle burocrazie bizantine, che, ad uno sguardo più attento, sembrano piuttosto garantire e sostenere le ragioni di una cultura imprenditoriale, quella del mercato appunto, che è diventata l'ideologia profonda, trasversale dell'Occidente.

Il nome dell'“ideologia” è così svanito dalla scena ufficiale del presente, dove l'uso di quel nome viene di fatto limitato solo a stigmatizzare ed esorcizzare alcune delle trascorse esperienze e scelte politiche e culturali del “secolo breve”. L'inizio del terzo millennio è quindi segnato dall'intolleranza dei nuovi primitivismi e dei nuovi fondamentalismi: offuscata la ragione laica, dappertutto oggi divampa l'odio ideologico, religioso e tribale. In Europa è in trionfale ascesa un nuovo fascismo del denaro, del filisteismo e dei media, come dice George Steiner: e “per tutto questo in Italia c'è un'espressione: il “berlusconismo”. Per cui la “nobiltà dello spirito”, come la definì Thomas Mann, sembra quasi ridicola” (3). E la letteratura? Cosa ne è della letteratura? Come si definisce la letteratura rispetto a tutto questo? Ma forse la letteratura continua a non sapersi definire, se non come finzione o immaginazione, oppure solo come ricerca particolare di un linguaggio? O forse, passando con semplicità per tutte e due le vie, la differenza della letteratura, rispetto al suo “materiale”, sta sia nell'uso dell'”immaginario” che nel linguaggio. Sta forse nella disponibilità a catturare con le parole l'”alone luminoso” Virginia Woolf, o in “quel vapore fantastico” di cui parlava E.M.Forster, , oppure, già prima, in quella “luminescenza” a cui alludeva Joseph Conrad quando, descrivendo la differenza del racconto di Marlow, definiva, in assoluto, la qualità letteraria del racconto: “I racconti degli uomini di mare hanno una semplicità immediata, il cui significato sta in un guscio di noce. Marlow, però, non era il tipico uomo di mare (a parte la sua propensione a tessere racconti) e per lui il significato di un episodio non stava all'interno come un gheriglio, ma dall'esterno avviluppava il racconto, e questo lo svelava soltanto come la luminescenza rivela la foschia, a somiglianza di quegli aloni indistinti che talvolta lo spettrale chiaro di luna rende visibili”. (4)

Solo qualche anno fa dalla difficoltà di suggerire a questa domanda una risposta unitaria, che implicasse una definizione stabile e non subalterna alle trasformazioni della storia, Terry Eagleton affermava che la letteratura non esiste, e citava Roland Barthes per dire che “la letteratura è ciò che viene insegnato” (5). Un'altra volta sintetizzava il proprio pensiero ribadendo che “la letteratura, nel significato che di tale parola abbiamo ereditato, è ideologia”, (6) in quanto intimamente connessa con l'esercizio del potere nella società. A volte è stata ideologia di stato, senza che se ne avvertisse l‘intenzionalìtà programmatica e politica, come quando, nella cultura e nella letteratura tardo-vittoriana, la proposta del sogno nostalgico della vecchia Inghilterra “organica”' subentrava al fallimento della religione come strumento di omologazione e di consenso. Oggi la letteratura è consapevole della scomparsa di un centro e di una prospettiva; è in crisi di identità e di credibilità, le manca il coraggio di essere libera. Quindi ripiega automaticamente, malinconicamente, nostalgicamente, disperatamente su se stessa: una forma, forse vuota, ma sempre abilmente costruita secondo certe regole, un contenitore sempre in sintonia con i temi e i filoni alla moda, sempre alla ricerca di effetti sicuri e di immediati, forse effimeri, successi di mercato. Sembra,di fatti, essere ora più che mai la materializzazione ultima di quella idea negativa della letteratura come mestiere e tecnica, come scrittura, che si limita a descrivere la superficie transitoria e contingente dell'esperienza, il falso negativo dell'arte vera, che James Joyce stigmatizzava in “Drama and Life”, un saggio del 1900. Eppure - forse è una delle tante contraddizioni del postmoderno - non si è mai scritto e pubblicato tanto e tanto indiscriminatamente come in questi ultimi anni! D'altra parte, se marginale è oggi la presenza, per non dire il rilievo, della letteratura e della critica letteraria nella scala delle questioni più attuali e urgenti della tormentata società della globalizzazione, quel margine, così esile e duttile, in realtà svolge una funzione profonda e automatica di conferma e sostegno nei confronti della cultura ufficiale di questo nostro tempo, seguendo la linea contorta di un legame che si materializza continuamente in molti modi, per lo più indiretti, impliciti, allusivi, raramente consapevoli, eppure in effetti subalterni a interessi politici, economici, finanziari.

In queste circostanze l'idea di retorica a cui con qualche umiltà si allude non vuole rievocare le forme della retorica classica,oppure l'argomentazione e il ragionamento formale di George Perelman, né la retorica come strumento in uso in Jakobson o in Lacan. La retorica, che è stata la principale forma di analisi critica fin dall'antichità e analizza le modalità della costruzione del discorso, teso ad ottenere un determinato effetto, può assumere come proprio oggetto qualsiasi pratica discorsiva della società in generale: la parola dell'oralità, come la parola scritta, la poesia o la filosofia, la narrativa o la storiografia. Nelle teorie letterarie più attuali ha svolto un ruolo di grande rilievo e, come si è accennato, ha ritrovato un suo statuto pieno - non solo come repertorio di figure e immagini simboliche - nel formalismo, nello strutturalismo, nella semiotica, nella teoria della ricezione, nella decostruzione, nella critica psicoanalitica. Il suo compito è sempre quello di individuare le pratiche discorsive come forme o mediazioni del potere. Tanto più in un'epoca di relativismo culturale e di convenzionalismo rassegnato, quando le parole della progettualità dell'uomo per l'uomo, del rifiuto della violenza dell'uomo sull'uomo, della tolleranza, della giustizia, dei diritti, della solidarietà, della democrazia, che dalla Rivoluzione Francese in poi hanno continuato a ispirare e qualificare la presa di coscienza e di dignità di nuovi moderni soggetti sociali, perdono di senso e di attualità, sopraffatti dall'esibizione di nuovi, più raffinati, più moderni e primordiali egoismi. Sono infatti parole che vengono ignorate talvolta con esplicita arroganza, per sopravvivere nella pratica religiosa della carità oppure nella politica laica di complesse alchimie formali. Allora l'uso delle modalità della letteratura come strumento di consenso, nei confronti della politica culturale delle istituzioni egemoni, risponde alla rassegnazione diffusa, avvertita come inevitabile, ad una facile indicazione di mercato a cui pochi hanno il coraggio di sottrarsi.

Perché, in questo contesto, la retorica è un umile strumento di persuasione, per produrre consenso e omologazione dell'opinione pubblica, che è quella della fascia media. dei lettori. Più efficace e più trasversale del rito e della ritualità religiosa, più semplice e immediatamente fruibile del progetto dichiaratamente politico, con cui sa interagire, quella della letteratura prodotta oggi è la retorica dei sentimenti medi dell'individuo medio: essa agisce sui suoi lettori ancora una volta per rispecchiamento e per proiezione di un sé tanto frammentato e precario, quanto unitario e rappresentativo era, per esempio, nella cultura del Settecento in Inghilterra, il sé che si rifletteva nel “novel” borghese, alle origini della nuova forma narrativa. Oggi si tratta di una retorica che esalta la propria funzione, di strumento di consenso, attraverso tutte, le numerose, possibili modalità del racconto: nella lettura, nella scrittura, nei media.

Esiste dunque un rapporto tra letteratura e retorica, che non è solo quello storico, secondo cui, dal Gorgia in poi, la retorica classica, “arte della parola”, distinta nelle sue cinque parti, di fatto ha costituito, nella pratica della scrittura formalizzata, una competenza in sé, anzi un sapere, se non una scienza, senza dubbio uno strumento tecnico, il cui esercizio non si è certamente limitato ai processi di Siracusa del V secolo a.C., ma ha sempre suggerito, essa stessa, lo spazio di incontro con la poetica e la letteratura. Esiste quindi un rapporto che include tutto questo e va al di là, fino a fare della letteratura il contenuto della forma, che è appunto la retorica.

La nozione attuale, dominante, di “letteratura” coincide, infatti, con la storia delle fortune della classe “borghese” - due forme lessicali, “classe” e “borghese”, quasi obsolete, ormai uscite dall'uso comune - e dello sviluppo della sua egemonia. Nel Settecento era ancora possibile escludere dalla ‘letteratura' nobile, degna di questo nome, due secoli di produzione teatrale insieme al recente “novel” e alla la letteratura genericamente di intrattenimento, ma allo stesso tempo includervi tutte le opere di poesia e di eloquenza, di storia e di filosofia. Dopo le rivoluzioni della seconda metà del secolo, la figura del letterato coincide con quella dello scrittore e lo scrittore è anche l'intellettuale e l'opinionista, in una nuova realtà nuova di indipendenza e autonomia, ormai sottratta al controllo e al condizionamento del mecenatismo del clero e dei potenti. Mentre quindi, nel Settecento, la parola “letteratura” suggerisce ogni forma di scrittura che si rivolga al pubblico attraverso l'editoria, attraverso il giornalismo, attraverso il recente mercato librario, d'altra parte il romanzo nasce come espressione di un forte impegno ideologico di classe - un impegno pedagogico e formativo - che va ben oltre l'altra esigenza, quella di superficie, di divertire con la varietà della trama. A distanza di due secoli, il racconto, in particolare il romanzo - di cui si è più volte decretata la fine - è ormai un genere egemone e composito, ancora molto vitale, che tende a includere al proprio interno tutti gli altri. Oggi, più che nel passato, tutto è racconto, tutto è romanzo, tutto è letteratura. Dalle memorie del politico, che ‘racconta' a ritroso le ragioni delle scelte passate, per giustificarle e assolverle nel racconto, scritto di proprio pugno, alla luce di nuove, complicate, forse ambigue ragioni (7), alle memorie dei trentenni, alle autobiografie e alle biografie dei personaggi di successo - attori, musici, giornalisti - alle “confessioni”-esternazioni narrative di ovvietà miste a sesso esibite da qualche tredicenne bruciata, che fa indubbiamente notizia, agli infiniti romanzi - a volte prodotti di qualche merito, a volte solo bestseller scandalistici - che si pubblicano e si traducono ogni giorno, contesi dagli editori e dai loro agenti, in una nuova, mercificante guerra dei libri. La cronaca si affolla con scalpore, senza tregua, di grandi casi letterari di questo genere. The Hornet's Nest, di Jimmy Carter, ambientato nel Sud durante la guerra di Indipendenza, segna il successo del primo romanzo storico scritto da un presidente americano. La Divina Commedia può diventare il pretesto sul quale il ventiseienne Matthew Pearl organizza la trama di Il circolo Dante, un bestseller internazionale di oltre 500 pagine. Un altro prolisso bestseller ” , primo di una serie di successi, The Da Vinci Code , lo ha scritto Dan Brown, che vive nel New England e insegna inglese e “creative writing”: definito da Janet Maslin del “New York Times” un '”erudite suspense novel”, è una astuta e complessa costruzione di circa 600 pagine. E l'ultimo romanzo di Zoe Heller, Notes on a Scandal, finalista al Booker Prize, racconta dell'amore di un'insegnante matura per un adolescente: una trama pesante suggerita da un fatto di cronaca che svanisce nell'enunciazione della trasgressione. E ancora l'etica sessuale di alcuni ventenni di Londra è il tema attraente di un altro best-seller pubblicato da un editore prestigioso come Jonathan Cape: si tratta di Politics , opera prima del ventiquattrenne Adam Thirlwell. Brillante ricercatore di Letteratura Inglese presso il college di All Souls a Oxford, Thirlwell non si sottrae alla tentazione della banalità d'effetto, come quando fa dire alla sua voce narrante che “per molti versi un triangolo è l'espressione sessuale più avanzata. E' l'utopia socialista.”. D'altra parte se la letteratura - il genere del romanzo in particolare - è in vendita anche presso i supermercati e gli autogrill, questo vuol dire che il prodotto letterario ha compiuto quel percorso ideologico già iniziato proprio nel secolo XVIII, per esibirsi oggi come tale anche nella forma e nelle modalità della distribuzione : essa è diventata merce e bene di consumo, un oggetto in vendita come tanti altri. E l'idea della letteratura come oggetto da “decoro” ispira infatti anche le espressioni più recenti della pubblicità sulla stampa divulgativa. E' il caso di Il petalo cremisi e il bianco, romanzo di 987 pagine, che viene definito “affresco grandioso” dell'età vittoriana, di quel tardo Ottocento, già recuperato in qualche romanzo di Atonia Byatt e di James Fowles, scritto in umore e stile vittoriano di ossessivo realismo, nel corso di dieci anni - è la testimonianza dell'autore che dice di averlo iniziato quando ne aveva diciannove - da Michel Faber, un olandese di talento, vissuto avventurosamente in Australia per poi approdare in Scozia, dove attualmente vive in una stazione ferroviaria abbandonata. La stampa ha dedicato ampie recensioni alla storia, raccontata da Faber, di Sugar e Agnes, le due nuove Juliette e Justine e ha poi suggerito - con la riproduzione della copertina del romanzo, insieme a mobili, tappezzerie, decorazioni, divani Chester, bicchieri, cuscini e coperte Etro, vasche, oggetti d'epoca di ogni genere - il ritorno di una moda “neovittoriana” di decori, profumi, modi, “che ci rassicurano e ci seducono”.

Anche in questo caso il lettore ha l'impressione di ritrovare l' ultimo sviluppo di una modalità propria del romanzo delle origini nel Settecento: l'esigenza e il gusto di integrare i segni della scrittura con quelli del disegno o dell'incisione, come quando William Blake illustrava con le sue incisioni le Original Stories di Mary Wollstonecraft, oppure Sterne e Smollett aprivano la narrazione di Tristram o di Humphry Clinker alla potenzialità suggestiva delle illustrazioni di William Hogarth. Più recentemente il ritratto di una donna-simbolo come Marilyn Monroe, che legge una copia di Ulysses , oppure la copertina di The Waste Land deposta in un interno abitato da Marlon Brando - Kurtz in Apocalypse Now, si proponevano all'occhio del lettore forse come citazioni contraddittorie, ma certamente come suggestive, polisemiche intensificazioni di senso. Le immagini e le forme dell'arte visiva che si aggiungevano al testo del racconto scritto nel secolo XVIII, riappaiono sulla copertina del racconto che circola come oggetto e suggerisce, in quanto oggetto visivo, il senso del passato. Così il giovane Faber propone un romanzo storico di ambientazione vittoriana.

Succede allora che, con ambizioni letterarie meno ambiziose rispetto al passato, un sottogenere come il romanzo storico ritorni di moda sulla carta stampata, nel cinema, nella ricostruzione e nell'interpretazione più o meno attenta e storicizzata, di sequenze e personaggi esemplari della storia dell'umanità, dai Celti ai Romani, da Le memorie di Adriano di Margherite Yourcenaire a La verità di Vivenzio di Adriano Lo Monaco, al Tiranno di Manfredi. Viene in mente l'archetipo del genere, Waverley , or ‘Tis Sixty Years Since, il primo romanzo storico della tradizione occidentale, - ”epopea della borghesia” lo definiva Lukàcs (8) - pubblicato da Walter Scott nel 1814. In Waverley , la storia è la grande protagonista della trama, che dà corpo alla forte esigenza di memoria avvertita nel secolo delle rivoluzioni e presente nelle due dimensioni di ‘res gestae' e ‘historia rerum gestarum'. La storia diventa qui racconto della battaglia di Culloden, del 1745, e permette a Waverley, giovane eroe passivo e romantico del Sud dell'Inghilterra, sempre in bilico tra due culture, di incontrare l'altro da sé e il suo relativo altrove nella cultura degli eroici Bradwardine e McIvor delle Highland scozzesi e di suggerire, nel racconto,la conciliazione possibile tra Inglesi e Scozzesi, che le ragioni della politica avevano già imposto nel 1707.

E, a testimonianza della dimensione maieutica, di cui può essere espressione la letteratura narrativa, proprio nella lettura adolescenziale di un romanzo storico esemplare di Walter Scott, nel 1936 Jacques Le Goff (9) scopriva il Medioevo: da lì, da Ivanohe, doveva avere origine la sua vocazione di medievista. L'emozione suscitata dalla lettura di Scott avrebbe disegnato il suo futuro con il superamento di una nozione ancora diffusa di storia come evocazione dei fatti e dei personaggi, che ne sono i protagonisti, e con la scoperta, piuttosto, dell'importanza della cultura materiale e della Ecole des Annales, di Marc Bloch e di Lucien Febre. In quella esperienza di lettura di Jacques Le Goff, il romanzo, quindi svolge, ancora una volta, la sua antica, complessa funzione, di strumento di divertimento e di conoscenza. Può ancora un romanzo storico come Il petalo cremisi e il bianco suscitare emozioni così profonde, che durino oltre lo spazio e il tempo della lettura? O forse oggi, secondo quell'etica del consumismo e della cultura generale dell'”usa e getta”, perfino le nostre emozioni, anche quelle innocenti di noi lettori, non devono durare? E che ne è delle visioni mirabili, indicibili, al di là dell'immaginazione degli umani, di cui l'androide di Blade Runner è stato testimone, presso i bastioni di Orione, vicino alle porte di Tannhauser?

Lo sguardo di Faber sembrerebbe naturalmente interessato ad una rassicurante conservazione e si rivolge alla cultura vittoriana alla ricerca di trame esemplari e d'effetto, insieme a tecniche di scrittura tradizionali e rassicuranti: invece della sfida sperimentale che ha segnato sempre la curiosità di chi vuole essere autore, una ambizione di conciliazione di superficie e di fuga dalle implicazioni del presente che ci coinvolge.

Affine, per altro, alla riscrittura, più o meno favoleggiata e ideologizzata del passato e della storia, l'industria ipertrofica e stucchevole delle infinite descrizioni o riletture pseudofilosofiche e letterarie, cinematografiche e divulgative, dei miti omerici e classici, si pone sempre più sulla linea e nello spirito delle recenti e spettacolari “joint venture” angloamericane: nelle trame e negli eroi dell' Iliad e e dell' Odissea chi scrive oggi trova la materializzazione di un erudito e confortevole distacco, di un riscatto autorevole e forte da un presente inquietante, contraddittorio e fragile, con il quale sarebbe scomodo fare i conti.

In Italia si traduce molto, ma si scrive anche molto. Anche qui si preparano casi letterari. Se l'autore di Jack Frusciante ha esordito a vent'anni, i diari di Asia Argento, figlia d'arte, erano in vendita nei supermercati anni fa, quando era meno che ventenne. D'altra parte non sorprenderebbe oggi l'età di Melissa e Cento colpi di spazzola interesserebbe forse il sociologo, o piuttosto lo psicologo dell'età evolutiva, se editoria e stampa non ne facessero un caso letterario. E che dire di Infatti purtroppo, autore Nicola Ravera, figlio quindicenne di Lidia Ravera, una madre esemplare, che tanti anni fa è stata protagonista di un “caso letterario”, ancora un romanzo, Porci con le ali, che sfidava fin dal titolo la “cittadella” delle lettere? Nel frattempo alla richiesta più recente di fantasy, specie da parte di un certo pubblico giovane, risponde Mondadori, che annuncia di presentare alla prossima Fiera del Libro di Francoforte un romanzo del genere fantasy alla Tolkien, di circa 800 pagine, dal titolo provvisorio Cronache dal mondo emerso (10): l'autore è una giovanissima scoperta, Licia Troisi, ventidue anni, romana, studentessa di astrofisica, che - lo si dice per allertare la benevola curiosità intrigante del potenziale lettore - si è presentata all'appuntamento con l'editore accompagnata dal fidanzato, fisico anche lui, e ha raccontato di scrivere per lui queste storie, che “lui” a sua volta legge “divertendosi un mondo”, proprio come faranno dall'anno prossimo tutti gli altri lettori.

Forse non ha senso che il lettore si interroghi sulle “Liale del ‘63' e su quelle di oggi, ma forse è anche superficiale voler credere che il confine sia definitivamente saltato e che i più convinti autori sperimentali si possano trasformare in best-seller. In letteratura non esistono confini come non esistono leggi, ma certamente l'angoscia del successo e i meccanismi del mercato editoriale hanno bisogno di investimenti agili e sicuri, in grado di rispondere, senza correre rischi di perdite, a uno Zeitgeist minore, e non sembrano disponibili a complicare il percorso verso la ricezione del mercato e perdere tempo nella ricerca e nella sperimentazione.

Ma alla luce di questo recente affollamento e allo stesso tempo impoverimento della scena letteraria, non è forse più che mai attuale la proposta di una visione integrata della letteratura, radicata nella cultura del proprio tempo, come diceva Antonio Gramsci in Letteratura e vita nazionale? Per Gramsci la letteratura deve essere nello stesso tempo elemento attuale di civiltà e opera d'arte, altrimenti alla letteratura d'arte sarebbe preferita quella letteratura d'appendice, che, a modo suo, pure rappresenta un elemento attuale di cultura, di una cultura degradata quanto sia, anche se sentita vivamente.


2. Anche se non c'è una risposta precisa alle domande sull'identità oppure sullo statuto della letteratura, pure l'esigenza di definire cosa sia resiste nel tempo.

”La musica prima di tutto”, e “tutto il resto è letteratura”: Paul Verlaine esprimeva, così, nel 1874, in due famosi versi, il primo e l'ultimo di Art poetique (11), il suo inno alla musica, come poesia pura, ineffabile, forse impossibile, e insieme superamento della propria dimensione istituzionale.

Oggi, quando la letteratura ha raggiunto il livello più basso della consapevolezza della propria marginalità nel confronto con saperi più immediatamente fruibili, quali per esempio “l'inglese, l'impresa, l'informatica”, pure sembra continuamente succedere che da un lato tutti raccontino e si raccontino, dall'altro che tutto, dalla cronaca nera alla scienza, possa diventare racconto. Riprende respiro la norma oraziana per cui il novel del Settecento doveva insegnare e intrattenere, tanto che il filosofo William Godwin usava la forma-romanzo per comunicare le proprie idee sulla giustizia ad un pubblico più ampio. E se l'interesse per la letteratura non escludeva affatto competenze nelle altre arti da parte di Sterne e di Tristram - nella musica, nelle arti visive, nella filosofia, naturale e morale - i romanzieri dei nostri giorni, diversi per talento e per spessore dai loro antenati delle origini del “novel”, scrivono romanzi intorno a un pittore o a un quadro, rievocano la memoria di un filosofo, suggeriscono con insistenza la presenza pervasiva della musica, che occupa gli spazi della quotidianità: è il caso della moda di Vermeer e dei fiamminghi, che ispira non solo la ricerca, ma anche la fiction di Tracy Chevalier, o di Deborah Moggach, ma anche delle trilogie nel segno dell'arte e dei grandi filosofi di John Banville, di qualche successo di Nick Hornby o di Roddy Doyle, ma anche di Margaret Doody, che cita Aristotele o Andrew Crumey di Glasgow, che scrive romanzi evocando le presenze di Rousseau e di D'Alembert.

Perfino la Bibbia diventa “fiction” e Sidney Brichto, un rabbino “americano”, che vive a Londra, pubblica i primi otto volumi di The People's Bible, ( La Bibbia della gente ) , una riscrittura della Bibbia come romanzo, in una narrativa “fluida e di facile lettura”, per recuperare al Libro per eccellenza quella funzione di lettura familiare che ha avuto nella cultura di lingua inglese, fino all'età dell'Illuminismo e dei dubbi sollevati dal pensiero scientifico moderno.

Agli inizi del secolo scorso James Joyce distingueva ancora tra arte “vera” e letteratura e aggiungeva che il regno della letteratura, una forma decisamente inferiore di arte (12), è il regno delle convenzioni, degli umori, delle maniere accidentali e alludeva ancora ai due versi di Verlaine appena citati per suggerire, per contrasto, l'invasione recente di una letteratura che non era arte.

Nel 1947 Sartre diceva che “la letteratura si fa nel linguaggio, ma non è mai data nel linguaggio; essa è un rapporto tra gli uomini ed un appello alla loro libertà” (13). Il lungo saggio Che cos'è la letteratura viene scritto nel corso di un processo di revisione di L'Essere e il Nulla. La discussione di Sartre sul concetto di letteratura utilizzava infatti proprio le categorie costitutive dell'esistenzialismo: libertà, situazione, impegno, per delineare il mito della letteratura come organo dell'umanità, nel suo progressivo appropriarsi del mondo. E avveniva pure che dall'impegno, come ultimo omaggio alla missione del dotto, avessero origine ipotesi molto suggestive, come, ad esempio, quella rinnovata enfasi sulla volontà di riproporre un nuovo rapporto tra lo scrittore e il suo pubblico, che implicava il superamento dell'antico disprezzo elitario per un pubblico ampio, ritenuto responsabile del “declassamento verso il basso”.

Più tardi, nella cultura postmoderna, la rimozione della dissonanza e del dubbio, lo scivolamento dalla complessità originaria, del romanzo per esempio, verso la facilità della comunicazione di massa, l'assunzione di linguaggi “originari”, con il ritorno a modalità tradizionali e ottocentesche di narrazione, attraverso l'uso sostenuto della citazione e della intertestualità, non è più ribellione allo sperimentalismo moderno e modernista, ma diventa piuttosto povertà della visione del mondo, e nuova, insistente ricerca di…omologazione. Dopo aver dato la sua definizione positiva di postmoderno, Umberto Eco definiva postmoderno Sterne e vedeva una successione di moderno e postmoderno nella produzione di uno stesso scrittore, in Joyce per esempio.

D'altra parte il romanzo, fin dalla sua nascita, nel Settecento, è stato forma aperta, ibrida, inclusiva, che accoglie in sé il proprio oltre e, se è nel tempo o nella testimonianza del singolo, moderno, modernista, postmoderno, non ha mai rinunciato a proporre una visione del mondo.

In una recente intervista sulla crisi attuale della letteratura, in occasione dell'assegnazione del Campiello alla carriera, Edoardo Sanguineti (14) asserisce che non è vero che l'importanza della comunicazione letteraria sia diminuita in questo mezzo secolo. La letteratura, infatti, ha conservato la sua funzione, che non é affatto ridimensionata dalla diffusione di altri mezzi di comunicazione, dalla televisione a internet. La nuova marginalità, la perdita di centralità, è dovuta al fatto che è diminuita la dimensione critica della proposta, “la capacità di scelta ideologica - dice Sanguineti - che ha sempre caratterizzato la grande letteratura. Il vero scrittore è colui che esprime una visione del mondo: quella che io preferisco chiamare ideologia”. Edoardo Sanguineti spiega quindi l'uso di una parola che è stata ipocritamente cancellata dal linguaggio corrente: “Dico ideologia per mettere in luce l'aspetto più concreto di questa visione: assumersi la responsabilità di interpretare la storia secondo un'ottica. Che si tratti di Dante o Shakespeare, o di autori più modesti, ognuno tenta di comunicare questa visione del mondo e trovare risposte” (15). Se ufficialmente, in teoria è caduta la divisione, in qualche misura di origine crociana - anche per opera dell'apertura di Eco - tra generi e sottogeneri, tra alto e basso, tra prodotto di impegno e di intrattenimento, in effetti, d'altra parte, nessuno può negare che incombe oggi anche sulla letteratura un evidente processo di mercificazione del progetto letterario, un'ipotesi che le avanguardie hanno sempre combattuto. Come nel diffuso sentimento di perdita di senso della scorsa “fin de siècle”, la produzione letteraria segue oggi un circolo vizioso dove causa ed effetto sembrano intercambiabili: è un processo suggerito in parte da un diffuso desiderio di omologazione – lo si è accennato - che è anche rassegnazione nei confronti dell'esistente per quello che è, in parte dall'arroganza centralista delle forme di un potere unitario e totalizzante, che ha potuto cancellare in fretta, senza perdersi in progetti o bilanci, la memoria e il senso del secolo appena passato. Se, quindi, la letteratura affievolisce la propria volontà di contestazione, la propria funzione di coscienza consapevole del tempo, non di semplice specchio, ma di interprete, piuttosto, della realtà, allora avviene che i gruppi e i circoli dei giovani scrittori si succedono e si intrecciano come sequenze di avvenimenti e di esperienze, che si danno e si ripetono a caso nello spazio e nel tempo della cultura della globalizzazione, senza nessuna esigenza originale di ricerca. I giovani scrittori, sempre più numerosi, pubblicano tanto, ma a volte non sanno rischiare e le loro angosce sono angosce di successo. E' che il mondo del postmoderno ha bisogno di figurine precise, piccole ed effimere, più che mai riproducibili, replicanti di replicanti, che fabbrica a propria immagine, perché c'è una struttura ineluttabile dell'epoca, che produce quei fiori e quei frutti, tanto che non è un caso se i fenomeni di degrado, culturale e letterario, avvengono ormai contemporaneamente nel mondo occidentalizzato. La complessità dell'industria editoriale ha poi di fatto accentuato la distanza che già venti anni fa si poteva intuire tra lo scrittore, come “filosofo, che intuisce le trame dello Zeitgeist”, “pianifica il nuovo e progetta un lettore diverso”, e lo scrittore come “analista di mercato che fa la lista delle richieste espresse” (16). Esistono, è vero, anche stadi intermedi di consapevolezza, ma spesso si tratta solo di proporzioni.


3.Cosa si intende per letteratura e critica letteraria oggi? Quali sono le ragioni di chi decide di scrivere in questi anni?

L'attuale valanga inarrestabile di attività editoriali - fiction e saggi in particolare - in italiano o in traduzione, a cui oggi si fa fatica a tener dietro - costituisce una sfida alle possibilità di informazione e di lettura. Essa si rivolge per lo più al lettore medio, che predilige le trame forti, segnate da linee aperte all'apparenza, ma è di fatto espressione di profonde chiusure e contrapposizioni ideologiche, di scarsa problematicità, di poca tolleranza, che tendono al grado zero della gratificazione “primordiale”, in una atmosfera di recessione culturale, prima ancora che economica.

In effetti, come già alle origini del romanzo nel diciottesimo secolo, così ancora un nuovo, più ampio “ceto medio”, dai confini ora molto più labili, tanto da escludere appena i due estremi dell'analfabetismo e dell'aristocrazia consapevole, è protagonista di questa esplosione editoriale, come pure di una realtà socioculturale così composita e omologata, così riduttiva e regressiva, così inclusiva di ogni oltre e normalizzatrice di ogni tabù. Il diagramma di questo percorso, che attraversa più di due secoli della storia della cultura europea, è in effetti un cerchio, che il “ceto medio” percorre lungo lo spazio che unisce e separa il 1719, l'anno di pubblicazione di The Life and Strange Surprising Adventures of Robinson Crusoe - con l'affermazione ideologica delle ragioni del realismo formale, insieme all'apologia della “middle station of life” - e all' attuale, infinita produzione di fiction, specie di lingua inglese, ma anche spagnola. Un campione esemplare di questa “produzione infinita” è proprio il più recente Millenium People, pubblicato da James Ballard nel Regno Unito. E' proprio in questo romanzo, infatti, che la “middle class” viene ad essere identificata con il nuovo proletariato, il nuovo “spettro“, la nuova “classe rivoluzionaria”. Si tratterebbe di quei figli minori, viziati e insoddisfatti, del capitalismo avanzato - lavoratori dipendenti, per lo più, impiegati del terziario in genere, di banca, della pubblica amministrazione, informatici, operatori TV, insegnanti e docenti sottopagati - vittime soprattutto dell'illusione meritocratica, che il “middle rank“ assumeva come bandiera alle origini della propria fortunata storia (17), oggi, sembrerebbe, destinati alla lunga a trasformarsi in una massa inferocita che mette bombe, devasta, si scontra con la polizia, come d'altra parte già avviene negli episodi di terrorismo ideologico, di cui siamo testimoni. In un prossimo futuro chiuso dall'assenza di sviluppo e di prospettive, il ceto medio potrebbe reagire, secondo Ballard, meno sporadicamente, perché l'apparente “benessere” potenziale prospettato viene ad essere sempre più profondamente compromesso da un processo continuo e programmato di immiserimento emotivo, spirituale e finanziario. Così il tempo libero espropriato dal superlavoro, il lavoro precario ipocritamente esaltato in nome della mobilità creativa, la necessità di rinunciare ad obiettivi continuamente riproposti dai media, oppure di perseguirli nell'alienazione dell'isolamento e nel silenzio, dannandosi e indebitandosi fino a vendere la vita, il progressivo indebolimento dello stato sociale, sono tutti fattori che contribuiscono, insieme, a debilitare la capacità di assorbimento e di resistenza di un quanto mai ampio ceto medio, che costituisce ormai il pubblico tutto dei censimenti e delle statistiche. Ma è veramente probabile che si avverino le previsioni di Ballard? Ci sarà l'implosione di quella che sembra essere piuttosto l'unica categoria sociale di oggi, aperta verso l'alto come verso il basso, trasversale in senso orizzontale e verticale, onnivora, omologata e omologante, che ha scarsa memoria delle proprie origini recenti, più alte o più basse che esse siano, perché ogni volta quell'origine viene sanata dal sigillo del denaro, da una scelta di fondo che la attraversa tutta, che privilegia definitivamente l'”avere” rispetto all'”essere”? Non si riduce poi solo a questo quell'etica borghese che, tra i tanti, Oscar Wilde condannava in L'anima dell'uomo sotto il socialismo (18) nel 1891 ed Erich Fromm in Avere o essere nel 1976?

In una recente intervista, Hubert Selby Jr., di cui è uscito in Italia Requiem per un sogno, dichiara di non aver mai visto un simile degrado culturale, un senso generale così diffuso di decadenza intellettuale, una letteratura sempre più voyeuristica, che fa i conti sempre più con il dio denaro, il solo sopravvissuto alla morte apparente di tutte le divinità e di tutte le ideologie. Così, dice Selby, la letteratura tende a esibire il vuoto e “l'insensatezza di esistenze che hanno perso il proprio baricentro morale”: molti sono ancora, senza dubbio, i talenti, ma domina una tendenza all'effetto e alla semplificazione dettata dal desiderio di catturare l'attenzione, sorprendere, stupire, guidati, più o meno consapevolmente, da esigenze “sanamente” o adeguatamente commerciali. In questo senso, al di là dell'indubbio talento letterario del giovane autore di culto, non potrebbe forse essere anche questo il caso recente di un saggio come Everything and more: a compact History of the Infinity, di David Foster Fallace, uno scrittore molto caro all' editoria italiana più giovane, che, per circa trecento pagine con un apparato di quattrocento note, sistematizza il tema dell'infinito, dal pensiero greco fino a Georg Cantor? Non è forse, questa “Storia dell'infinito”, l'equivalente anglofono d'oltreoceano - quasi una semplificazione, inconsapevolmente ambiziosa - della Breve storia dell'anima di Padre Gianfranco Ravasi?

Eppure, secondo Zadie Smith, la giovane scrittrice giamaicana di Londra, espressione di successo della stagione postcoloniale, autore, fra l'altro, di White Teeth, un bestseller pubblicato prima dei trent'anni, la scrittura di Wallace ha la qualità rara di saper “unire testa, cuore e viscere”, saper fornire le informazioni, tutte le informazioni, più di quante se ne possano davvero sopportare, illuminandole tutte con i sentimenti “genuini,” che ancora, nonostante tutto, possediamo, per permetterci di capire come stiamo cambiando, “di cosa è fatta la nostra modernità” e, nello stesso tempo, come condurci a noi stessi: è quello che dice nella prefazione alla recente edizione, pubblicata da Minimum Fax di La ragazza dai capelli strani, forse la più famosa raccolta di racconti di Wallace. E' uno scrittore divertente e innovativo – dice ancora Zadie Smith - possiede di fatto un'intelligenza generosa, è dotato di tutti gli strumenti di cui un romanziere ha bisogno e ne dà prova quando scrive: empatia, intuito, abilità di connessione, perspicacia, “aver-letto-tutto-quello-che-esiste-sulla-faccia-della-terra” Esiste quindi ora una “competenza” dell'autore e questa è fatta di intelligenza, informazione, erudizione? E' evidente però che dalle qualità necessarie per essere un buon romanziere debba essere assente proprio quella personale, sottintesa visione del mondo che per il romanziere moderno, dal Settecento in poi, sembrava dovesse costituire sempre una ineliminabile premessa, quasi la necessaria coscienza di sé e del mondo e di sé nel mondo, da cui dovrebbe prendere l'avvio qualsiasi racconto a noi contemporaneo. Ma non si viene così a sottolineare ancora una volta la componente più effimera dell'impulso a raccontare, che è quella dell'”entertainment”?

Che il mestiere e l'impegno dello scrittore siano cambiati è sotto gli occhi di tutti. D'altra parte la sensazione di una realtà - quella del ruolo e della condizione dello scrittore - che si è andata trasformando profondamente anche in Italia negli ultimi anni, viene a coincidere, per statistica, sia con la caduta di interesse spontaneo per la lettura e per la letteratura in genere nei corsi di laurea riformati, come pure, in espansione esponenziale significativamente di segno opposto, - lo si è già accennato - con l'inarrestabile inondazione di romanzi, per stare solo a quelli che vengono segnalati, ricordati, pubblicizzati, su riviste, inserti, quotidiani, repertori. I numeri di questa nuova condizione li dà un articolo recente, “La nuova lotteria letteraria”, uscito sul “New York Magazine”, dove Alex Williams mette in evidenza il ruolo fondamentale dell'agente che promuove, lancia narratori sempre più giovani, sempre più simili alle star dello spettacolo, per garantire un successo immediato, che magari non duri oltre il primo libro, per permettere poi la vendita di un secondo sull'onda del primo, ma senza raggiungerne livelli di diffusione. Dalle prime pagine-campione di un testo, sulla base di un dattiloscritto, o di un dischetto, l'agente a volte interviene sul testo e comunque si impegna a procurare contratti favolosi, fino a quattro milioni di dollari per la commissione di un romanzo, con eventuali aggiunte dei diritti del relativo paperback e della versione cinematografica. Gli investimenti a lungo termine tendono a scomparire e la strategia delle principali case editrici privilegia anticipi impensabili fino a pochi anni fa per nomi sconosciuti, che per talento, abilità, o semplice fiuto, promettono un caso commerciale, che la casa editrice e gli agenti contribuiscono a ceare a tavolino.

In questa miriade di “casi” e di “scoperte”, a volte i nomi e le tipologie si ripetono e si rincorrono. Succede così che lo studente di medicina americano, Daniel Mason che ha ricevuto in anticipo dalla Knopf un milione e duecentomila dollari per due romanzi, dopo aver mandato in visione all'agente il testo di The Piano Turner, rimanda all'altra vicenda omologa di Richard Mason, bello, giovane, inglese, che vive a Londra, originario del Sudafrica - formazione tra Eton e Oxford, al momento della pubblicazione nel 1999 di Drowning Waters poco più che ventenne, traduzione italiana di Einaudi nel 2000, premio Grinzane Cavour nel 2002. Scrittori giovani, trentenni che hanno già in mano i dischetti delle proprie memorie pronte da pubblicare, adolescenti vivaci che ostentano le proprie esperienze non più precoci in sé, se non nella provocazione dell'analisi e nel desiderio di sorprendere, se ancora è possibile, e catturare il lettore medio, nell'ansia dell'esibizione, nell'anticipazione libidinosa dell'effetto-vendite.

Trasversale a tutti i post- imperialismi e post-colonialismi di tutto il mondo, il diffuso e confuso senso di precarietà, che avvolge la letteratura oggi, come perdita di obiettivi, assenza di riferimenti, regressione verso il pre-razionale, proiezione verso forme di spiritualità e di esoterismi, costituisce la cifra culturale comune alla società occidentale - quella già codificata e quella pseudooccidentale in formazione, sua allieva diligente e intollerante - e viene incessantemente analizzato e qualificato attraverso le tecniche e i linguaggi di tutte le forme della comunicazione.

Ma succede ancora che chi scrive esprima il proprio pensiero, coerente con la propria identità e la propria origine, come nessun altro potrebbe, al di là della competenza specifica sul tema e della qualità della forma letteraria, e allo stesso tempo interpreti anche il pensiero di tanti altri (19), oppure, piuttosto troppo spesso chi scrive risponde con abilità e opportunismo ad una moda e al sogno del successo e degli incassi?

E quale è il senso dell'impegno letterario di chi aggiorna il proprio sistema di produzione affidandosi all'abile agente, referenziato come promotore di bestseller, o scrive comunque su commissione libri, memorie, biografie, autobiografie, persino poesie, come è il caso di quella insegnante di italiano e storia nelle scuole superiori di Bari, che ha messo su una azienda dal nome evocativo “La villa dei papiri”? Fabbricare libri e scrivere per conto di altri, in genere non per pubblicare in proprio e in ogni caso non come autore è oggi una professione In effetti, da molti anni, sui due versanti dell'Oceano, la competenza e la versatilità giornalistico-letteraria di ghostwriters (20), più o meno qualificati da lauree e corsi postlaurea, dottorati o PhD in humanities, vengono sottoutilizzate, in misura percentualmente diversa - a seconda dello specifico livello di alfabetizzazione dei committenti-autori - dai politici, dagli uomini pubblici, dai protagonisti di successo del mondo dello spettacolo, spinti da motivazioni per lo più commerciali e dall'esigenza di capitalizzare su un successo già acquisito e sulla forza del proprio nome, per dare corpo e veste adeguatamente retorica alle proprie idee su un singolo problema o anche al racconto della propria “eccezionale” biografia, vista in sé come la rendita infinita di un sicuro fondo di investimento. E allora la piccola 'azienda della insegnante di Bari è in fondo una più esplicita applicazione commerciale di quella sempre più diffusa abilità di scrittura creativa naturale, addestrata dall'esercizio narcisistico della scrittura degli anni giovanili della formazione, e oggi, sull'esempio angloamericano, esercitata anche nell'ambito dei corsi “specialistici”, sempre più frequenti e numerosi, di “creative writing” e giornalismo. D'altra parte la stampa è l'ineliminabile strumento della promozione anche del prodotto letterario, anche più dei premi letterari, che, per quanto numerosi e diversi per tipologia e per prestigio, non esauriscono da soli le disponibilità dell'editoria e del mercato a collaborare in funzione delle vendite, che pure contribuiscono a fare lievitare.

Già nell'Italia degli anni '60 il Gruppo ‘63 stigmatizzava il rischio che gli autori volessero soprattutto sbalordire il lettore borghese, assecondare i gusti più superficiali del pubblico, favorire i capricci gratuiti della letteratura. Era stato questo il nucleo centrale del dibattito della fìn de siécle sul rapporto infame tra scrittore e pubblico: nel 1891 ne parlava Oscar Wilde, come si diceva, ancora in L'anima dell'uomo sotto il socialismo , quando individuava in un “socialismo artistico” la via per realizzare un pieno individualismo e sosteneva le ragioni della libertà,dell'arte e dell'artista per la piena affermazione dell'individuo. E libertà era soprattutto liberazione dai condizionamenti del pubblico, come pure dalle interferenze e dalle manipolazioni della stampa, che oggi, insieme agli altri media, rappresenta sempre la sola cinghia di trasmissione in funzione nel processo di proposta e di creazione di qualsiasi “bestseller”: “Ora l'arte non dovrebbe mai cercare di essere “popolare”: è il pubblico che dovrebbe cercare di diventare artistico”. Per lo scrittore, per il romanziere, che pure ad un pubblico si rivolge, “il pubblico non deve esistere” (21). George Meredith è “un romanziere incomparabile” perché “nella sua narrativa c'è filosofia: i suoi personaggi non si limitano a vivere, vivono nel pensiero”, e Meredith “li ha realizzati per il proprio piacere, senza mai domandare al pubblico che cosa volesse” (22). Così, nell'ambito di una fin de siécle che era anche presentimento e coscienza tormentata del “moderno”, si poneva anche, un breve saggio di James Joyce del 1901. In quel saggio Joyce cita la testimonianza di Giordano Bruno per affermare che l'artista che voglia perseguire le ragioni del bene e del vero, può usare la folla, ma deve isolarsi dalla moltitudine, per condannare, tra l'altro, “l'ubriachezza dell'entusiasmo, l'abilità dell'insinuazione e qualsiasi influsso adulatorio dettato dalla vanità e dalla bassa ambizione, che hanno ispirato le scelte del Teatro Letterario Irlandese” (23). Se è vero che“l'artista che cerca il favore della moltitudine non può sfuggire al contagio del suo feticismo” (24), questo è proprio il caso di William Butler Yeats, che sa scrivere poesia di massimo livello come Il vento tra le canne, oppure racconti mitologici dello spessore di L'adorazione dei magi , ma poi si rivela un esteta ondivago, che, per il gusto di essere popolare, segue l'istinto traditore dell'adattabilità. Così Yeats dà il proprio sostegno ai progetti culturali di basso profilo del Teatro Letterario, che ha tradito il proprio impegno programmatico contro il commercialismo e contro la volgarità e che ormai deve essere considerato proprietà della razza più retriva di Europa, l'Irlanda.

Dopo Wilde e Joyce, in seguito tanti altri, con parole meno immediate, con formule più attuali e sofisticate, lessici diversamente consapevoli e “moderni”, hanno denunciato la perversa integrazione -sempre più perversa e ineluttabile nell'era del mercato e della modernità postmoderna - tra scrittura, committenza editoriale, stampa, pubblico: una morsa ormai necessaria, che attanaglia e scandisce indifferentemente le sorti di qualsiasi opera letteraria pubblicata, che voglia lasciare un segno di sé e che non possa quindi rinunciare ad essere resa “visibile”, segnalata o presentata sulla carta stampata, su rete, nei circoli e nelle istituzioni culturali.


4.Nelle Postille a “Il nome della rosa” , Umberto Eco ricordava e, a distanza di venti anni, storicizzava le discussioni del Gruppo '63, la polemica iniziale che identificava il libro di successo e “il romanzo consolatorio col romanzo a intreccio, mentre si celebrava l'opera sperimentale, che fa scandalo ed è rifiutata dal grande pubblico” (25). Eco ricordava ancora la relazione di Renato Barilli, che già nel 1965 aveva annunciato la svolta del postmoderno: “ una nuova fase della narrativa con la rivalutazione dell'azione, sia pure di una azione autre” (26). Nelle Postille, l'autore ironizzava sulla eccessiva diffusione dell'uso della parola “post-moderno”, termine che si applica oggi - diceva- a tutto ciò che piace a chi lo usa, e che si fa slittare all'indietro, tanto che “tra poco la categoria del post-moderno arriverà a Omero” (27). In effetti il senso del moderno, del modernismo e delle avanguardie veniva così consegnato da Eco alla tradizione. E allo stesso tempo si delinea una mediazione tra moderno e post-moderno in una convincente teoria del romanzo postmoderno, che, sull'esempio proprio di Il nome della rosa , sa recuperare il moderno come citazione e, come aveva già suggerito Joyce per le categorie di Classico e Romantico, propone quindi una lettura che combini e alterni le due condizioni di “moderno “ e di “postmoderno”, come modalità dell'essere e del pensiero nel singolo atto della formalizzazione della scrittura, al di là del periodo storico: “Se il post-moderno è questo - diceva Eco - è chiaro perché Sterne o Rabelais fossero post-moderni, perché lo è certamente Borgés, perché in uno stesso artista possono convivere , o seguirsi a breve distanza, o alternarsi, il momento moderno e quello postmoderno” (28). E' quello che accade infatti con Joyce, che oscilla tra moderno e post-moderno, fino a Finnegans Wake che “è già post-moderno, o almeno apre il discorso del post-moderno” e richiede, quindi, “per essere compreso, non la negazione del già detto, ma il suo ripensamento ironico” (29).

Di fatto si è parlato qui soprattutto di romanzo, forse condividendo un'idea antica , ora riproposta, con l'illusione della novità, dal dibattito per l'ultimo volume di Il romanzo di Einaudi, secondo cui è il genere letterario che meglio coglie le trasformazioni della modernità e della sua società di lettori - che sempre più coincide con la borghesia - tanto da far dire a Mario Vargas Llosa che senza il romanzo non ci sarebbe modernità. Così si conferma la qualità di genere onnicomprensivo e inclusivo, che si è da sempre associata alla vicenda “moderna” del romanzo nella storia della cultura europea, in maniera esemplare nel suo radicamento nella classe media di cui, in quanto “novel”, ha documentato la nascita, nel mondo anglosassone, e non solo. Quasi un secolo fa, Joyce definiva infatti Ulysses un “dramatic novel”, perché riteneva che il “novel” potesse assumersi il ruolo di genere narrativo “integrato”, dove, quindi, la narratività del “novel” sapesse esprimere la qualità drammatica dell'arte totale insieme al significato profondo dell'epos, così come si rivela nell'attualizzazione del mito. Sono concetti che Joyce riprendeva e rielaborava da Wagner e da D'Annunzio, passando attraverso La nascita della tragedia di Nietzsche.

Recentemente invece per Alessandro Baricco, il romanzo è un prototipo, che è nato in Europa per racchiudere un intero mondo in un libro, in un prodotto, agile, semplice, relativamente breve e straordinariamente entusiasmante -ancora il piacere della lettura - per offrire al lettore qualcosa che prima non c'era: il romanzo come mezzo, non come fine.

Ancora di recente, i quarant'anni del Gruppo 63 sono stati ricordati a Palermo in un convegno su “La questione dello sperimentalismo”, che ha sollecitato in effetti a riflettere sul presente, sulla semplicità e sull'ingenuità, sulla penuria teorica, sulla mancanza - ancora una volta - di una visione del mondo, sul deperimento e su una obiettiva identificazione del genere romanzo, e di tutta la sua originaria complessità , con la “facilità “ della comunicazione di massa. “La narrazione… - si diceva lì - si è perfettamente oggettivata in merce, una merce peraltro quasi non vendibile , quasi non commerciabile oggi, nell'era televisiva” (30). Così nel corso di quel convegno, molto netta è stata la denuncia della assenza di orientamento del “postmoderno” dei narratori italiani, la cui “semplicità” - si diceva - ha qualcosa “della pieghevolezza morale e della vasta ignoranza di chi attualmente guida il paese” (31). Ma a questo punto, avendo suggerito una coincidenza forse casuale, ma certamente colpevole, nell'atteggiamento semplificatorio, di fatto comune alla letteratura e alla politica di questi nostri giorni dissennati, non sarebbe anche il caso di tentare una analisi dello stato dell'arte che faccia luce sulle ragioni per cui l'editoria italiana post-moderna, quella più giovane e più fertile, ricca di giovani talenti, si rivolga per lo più alla più giovane narrativa post-moderna nordamericana, dalla quale assume temi e forme, atteggiamenti e vezzi, stilemi e comportamenti, sia nella ricca e instancabile attività di traduzione, come pure nell'intensa attività didattica dei corsi di scrittura, di editing, di cinema e di adattamento cinematografico e perfino nell'organizzazione della pubblicità e della propria visibilità su rete?

Sono proprio queste riflessioni sparse, che sembrano far ritornare attuale quella definizione della letteratura come nuova retorica, proposta qualche anno fa nel corso di una lettura del pensiero di Thomas Hobbes. Nell'era dell'apologia del mercato, le continue denunce a proposito della scarsa incisività e produttività, dell'inutilità della letteratura, coincidono con una moda, socialmente diffusa come non mai, della scrittura, e di una sua presenza pervasiva, dinamica e agguerrita nei circuiti della produzione. Il resto è tragico silenzio, oppure flebile voce, umile“flatus vocis”, che passa solitario e inosservato, quando sdrammatizza se stessa attraverso l'omologazione di quel filtro narrativo.

Viene qui in mente invece come, proprio nell'età della globalizzazione e della comunicazione globale, sia importante far convivere con spirito laico - la laicità assunta in questo caso come metodo e come lezione permanente di tolleranza - identità e differenza, perché non vada perduto il senso della specificità e della ricchezza intellettuale e culturale di ogni individuo, delle sue ragioni, delle diverse modalità della sua cultura; perché non vada perduta quella istanza conoscitiva , forse addirittura utopica (32) curiosità, che dai confini del mito fino alle sponde non sempre ospitali della modernità, ha ispirato ogni progresso dell'uomo, come individuo sociale e come personaggio narrato. In Note per un bilancio del Novecento, Cesare Segre si interroga sulle sorti dell'espressione letteraria in Italia e si chiede quale bisogno abbia mai di altra letteratura un secolo che è il più tragico della storia dell'uomo. E ancora si chiede Segre perché immaginare aurore o approdi salvifici o trasvalutazioni che necessitino del mezzo della poesia o del romanzo, quando non abbiamo ancora capito il nostro dolore. Ma sembra anche riduttiva ad uno snobismo elitario e conservatore la richiesta ambigua di salvare oggi la letteratura dalla sua perdita di senso sollecitando la scrittura di “opere incongruenti”, sull'esempio del maggiore senso che una pagina di Tristram oppure di Jacques le Fataliste , incongruente e più moderna, può esprimere rispetto a tutta l'opera narrativa di Giorgio Montefoschi, per citare solo un esempio a caso.


5. In questa realtà quale è lo spazio che la letteratura nel suo insieme, come produzione creativa, critica letteraria, teoria della letteratura, può considerare come proprio, oggi che si colloca in un ambito sempre più dilatato e indefinito che le appartiene e le sfugge allo stesso tempo?

Sono domande che ritornano, sempre uguali e sempre diverse, con il mutare dei tempi, senza mai esaurirsi in affermazioni definitive. Suonano ancora attuali le parole pronunciate da Oscar Wilde e da James Joyce, tra il 1991 e il 1901, la loro condanna di ogni tentazione da parte dell'artista di rinunciare alla propria funzione e rassegnarsi a gratificare il gusto del pubblico, spinto, per altro, verso il livello più basso. Oggi la letteratura che ci avvolge tutti nelle sue spirali, è la nuova retorica, che, come lo specchio di Calibrano e di Wilde, come l'altro specchio incrinato di Buck Mulligan, l'antagonista di Stephen Dedalus nell' Ulisse di Joyce, riflette ed esaspera i lineamenti di una società e di una cultura acquisitive e ridondanti, ma anche frammentarie e precarie, strette tra gli incubi ricorrenti della storia dell'Occidente e gli spettri incombenti, misteriosi, imprevedibili di culture “altre”, che rifiutano la ritualità della democrazia formale e bussano con insistenza alla porta.

Se è vero che le ragioni della caduta di significato e di centralità della letteratura, della perdita di rilevanza dello “specifico letterario”, sono speculari e funzionali alle ragioni parallele di una produzione e di una circolazione affannosa e incessante di cui siamo testimoni, è ancora possibile recuperare per il futuro uno statuto di nuova dignità, una dimensione “umanistica” della letteratura, che non si limiti agli “specialisti”, ma abbia senso nei percorsi formativi, nei circoli letterari, non solo esclusivi, nei circuiti specifici del mercato editoriale?

Una visione organica del mestiere dello scrittore, artista e artigiano militante o critico letterario, dovrebbe recuperare un'ampia consapevolezza della continuità delle culture, così come in più di un'occasione ha suggerito George Steiner, come pure della continuità dei saperi, quella, per esempio, che unisce le Sette Arti Liberali, dall'”Arte delle Lettere” all'”Aritmetica”, nell'affresco della Cappella Spagnola di Santa Maria Novella: lo ricordava Joyce all'inizio di uno scritto giovanile suggerito da Ruskin. E non era una trasversalità del mestiere dell'artista- artigiano all'origine di quell'”analogia suggestiva”, che T.S.Eliot mette in opera in Tradition and Individual Talent, per spiegare il concetto modernista del processo di spersonalizzazione dell'opera d'arte? La mente del poeta viene lì paragonata ad un sottilissimo filamento di platino, che viene introdotto in una provetta che contiene ossigeno e diossido di zolfo: alla presenza del platino, i due elementi formano l'acido sulfureo, ma il platino rimane “inerte, neutro, immutato”. Così accade alla mente che crea, perché la mente dell'artista deve assumere e trasformare le passioni che sono il suo materiale. Può essere ancora questo l'atteggiamento mentale di chi scrive oggi, quando la comunicazione con altri mondi potrebbe passare attraverso la digitazione di semplici accordi musicali, piuttosto che sfidare la frammentazione infinita delle lingue? Lo suggeriva Stephen Spielberg in Incontri ravvicinati di terzo tipo.

Forse è necessaria una tensione verso un nuovo umanesimo, che possa ricomporre e attualizzare attraverso il testo letterario e nel testo letterario quella unitarietà della cultura, che si è andata dissolvendo nel corso dell'Ottocento, ma che costituiva ancora il contesto naturale dell'intellettuale e dello scrittore del Settecento: storico, filosofo naturale e morale, musico, artista, romanziere, playwriter,un po' di tutto questo, come erano anche Lessing e Goethe, Sterne e Blake. E' questa tensione umanistica verso il testo, che può ristabilire un intenso legame dialogico, non solo strumentale, tra la letteratura e gli altri discorsi e linguaggi della cultura, dalla filosofia alle arti figurative, dal cinema al teatro, alla musica,alla fotografia.

La perdita di rilevanza allora della letteratura come “specifico letterario”, sottratto alla sua autonomia estetica, trova la sua compensazione proprio nell'affermazione del testo letterario come luogo privilegiato di sperimentazione, di memorizzazione, di verifica delle modalità e dei mutamenti, non solo formali, stilistici, tecnici, ma anche della percezione e della interpretazione , della conoscenza e della mediazione della cultura del tempo, nel tempo.

Un impulso diverso, più consapevole e coraggioso nella visione del mondo, dovrà dunque affermarsi , sull'onda di una esigenza già diffusa, di un gusto già avvertito, nelle trame dei romanzi più recenti, seppure in una dimensione ancora strumentale alle esigenze di varietà del mercato, e che rimandano alla storia, alla filosofia, alla pittura, alla musica, alla politica, attraverso citazioni trasversali, che attingono indiscriminatamente alla tradizione della cultura occidentale, quasi fosse un palinsesto infinito, sul quale si compongono le arti, “alte “ e “basse”, letterarie, visive, mediali: sarà ancora, in una visione meno strumentale e più problematica del mondo, l'antico, rinnovato impulso al racconto, che continuerà a registrare ogni attimo della nostra quotidianità.

Note

(1) *Questo saggio è stato scritto nell'autunno del 2004. Con il passare del tempo alcuni riferimenti ai casi letterari e ai bestseller di quella stagione sono diventati meno attuali, sopraffatti da altri casi e altri bestseller, che affollano a loro volta le classifiche settimanali delle vendite su riviste e quotidiani. Ma quelle citazioni, che oggi sembrano a volte così lontane nel tempo e così fragili proprio alla prova del tempo, possono essere ancora valide testimonianze del sistema, sempre attuale, di produzione, di committenza, di promozione, di distribuzione della letteratura come lavoro professionale e del libro come oggetto di mercato e bene di consumo fra i tanti. Come è naturale, la letteratura si propone con una sua specificità all'interno del processo globale di mercificazione, di cui scrittura e lettura sanno essere complici, inconsapevoli e astute allo steso tempo, perché, inserendosi in quel circuito ineluttabile, la letteratura sembra a se stessa sopravvivere, anzi sfiora persino la sensazione inebriante di vivere rigogliosa nella recita di una variegata e astrusa vitalità.
St.Greenblatt, Meraviglia e possesso, Il Mulino, Bologna, 1994, pag. 25.

(2) Sui significati storici e più recenti del termine “retorica”, vedi J.Lotman, ‘retorica', Enciclopedia, vol. 11, Einaudi, Torino 1980, pp.1057-1107; a proposito del rapporto tra letteratura e retorica vedi anche L.Punzo, Hobbes e la letteratura come nuova retorica, in Studi Inglesi, pagg. 27-58, Adriatica Editrice, Bari 1977.

(3) G.Steiner, in Joschka Fischer e George Steiner, La scrittura e l'impegno, in “MicroMega”, ‘Moderati' o ‘radicali' ?, Roma 3/2003, pag. 302.

(4) J.Conrad, Cuore di tenebra, Oscar Mondadori, Milano 1990, pag. 74.

(5) T.Eagleton, Introduzione alla teoria letteraria, Editori Riuniti, Roma 1998, pag. 222 (Literary Theory. An Introduction, 1983).

(6) T.Eagleton, op.cit., pag. 29.

(7) E' il caso di Vittorio Foa, Un dialogo, Feltrinelli, 2003, dove l'autore, azionista e sindacalista, ormai novantenne racconta a Carlo Ginzburg i propri cedimenti politici e culturali verso il Partito Comunista Italiano: rievoca infatti i propri silenzi e le proprie doppiezze, sconfessandoli in nome di un diffuso riformismo bonista e assolvendoli nella responsabilità e condanna del PCI.

(8) G.Lukàcs, Il romanzo storico, Einaudi, Torino 1965.

(9) J.Le Goff, Alla ricerca del Medio Evo , Laterza, Bari 2003.

(10) Diverso il titolo definitivo: Licia Troisi, Le Guerre del mondo emerso. La nuova saga della scrittrice rivelazione del fantasy italiano, Mondadori, Milano 2006.

(11) P.Verlaine, Poesie, a cura di L.Frezza, Rizzoli, Milano 2000, pp. 228-229.

(12) J.Joyce, Dramma e vita in Poesie e Prose, Mondadori, Milano 1992, pagg. 778 e 779.

(13) J.P.Sartre, Che cos'è la letteratura, Mondadori, Milano 1990 e F.Fortini, Letteratura, op.cit., p. 157.
M.Wollstonecraft, A Vindication oif the Rights of Woman, e F.Fortini, Letteratura, Enciclopedia.

(14) E.Sanguineti, Povera Italia mia, piccola piccola, TTL, “La Stampa”, Torino, 13 settembre 2003.

(15) Ibid.

(16) U.Eco, Postille a 'Il nome della rosa', Bompiani, Milano 1984, pag. 29.

(17) Questo tema era stato affrontato da M.Wollstonecraft, in A Vindication of the Rights of Woman, Joseph Johnson, London 1791; trad. it. e intr. a cura di F. Ruggieri, Editori Riuniti, Roma 1977. L'illusione del merito del singolo individuo per sé -“virtue” - il valore borghese che prende il posto dell'”onore” e dei privilegi ereditari, di cui parla esplicitamente Mary in un saggio esemplare per la lucidità e per l'ottimismo dell'analisi, si è progressivamente dissolta di fronte alla crisi dell'idea di democrazia, o piuttosto allo svuotamento di significato della parola e dei suoi valori. Oggi, infatti, quando si parla di democrazia, si dà per scontato che si tratti di una forma imperfetta, forse non perfettibile, di un valore convenzionale, che si regge sull'accettazione indiscussa della nozione di democrazia formale: come in tute le epoche di profonda crisi, dalla crisi dell'ellenismo in poi, il nome esalta la propria funzione, non solo simbolica ed evocatrice, ma anche pratica: “nomina nuda tenemus”, cfr. U.Eco, Il nome della rosa, Bompiani, Milano 1984, p. 503.

(18) “Il riconoscimento della proprietà privata ha danneggiato e oscurato l'individualismo, confondendo l'uomo con ciò che possiede. Ha completamente fuorviato l'individualismo. Ha perseguito quale suo scopo il guadagno, non la crescita, tanto che l'uomo ha pensato che la cosa più importante fosse avere, senza sapere che la cosa più importante è essere. La vera perfezione dell'uomo non sta in ciò che l'uomo ha , ma in ciò che l'uomo è ”; O.Wilde, L'anima dell'uomo sotto il socialismo, in Tutte le opere, Newton, Roma 1994, pag. 1033 (è mio il corsivo).

(19) cfr. J.Joyce: “Una canzone di Shakespeare o di Verlaine, che sembra così libera, così viva, così distante da ogni consapevole proposito, come la pioggia che cade su un giardino o le luci della sera, si rivela essere il discorso ritmico di un'emozione, che non può essere comunicata i altro modo, o almeno non così bene” (corsivo mio), James Clarence Mangan, 1902, in Poesie e Prose , Meridiano Mondatori, traduzione e cura di F.Ruggieri, Mondadori, Milano 1992, p. 817.

(20) Non è raro il caso di ghostwriters che abbiano dato contributi autonomi e di grande rilievo alla letteratura: è il caso di Richard Yates, ghostwriter per il Ministro della Giustizia Robert Kennedy. Nel 1961 ha pubblicato Revolutionary Road, un romanzo che racconta la crisi della famiglia americana e, allo stesso tempo, dell'idea stessa della “via rivoluzionaria “ della rivoluzione americana del 1776, due realtà della società e della storia americana che, negli anni Cinquanta, erano insieme arrivate inun vicolo cieco. Lo ripubblica ora Minimum Fax.

(21) O.Wilde, L'anima dell'uomo sotto il socialismo, in Tutte le opere, Newton, Roma 1994, pag. 1039.

(22) O.Wilde, op.cit., pag. 1045.

(23) J.Joyce, Il giorno della marmaglia, in Poesie e Prose, a cura di F.Ruggieri, Meridiani Mondadori, Milano 1992, pag. 813.

(24) Ibid.

(25) U.Eco, Postille a “Il nome della rosa”, Bompiani, Milano 1984 (“Alfabeta”, 1983), pag. 34.

(26) O.Wilde, L'anima dell'uomo sotto il socialismo, in op.cit., pag. 1038: “perfettamente oggettivata in merce, una merce peraltro quasi non vendibile, quasi non commerciabile perfettamente oggettivata in merce, una merce peraltro quasi non vendibile, quasi non commerciabile cartina de3l mondo che non contenga Utopia non è degna neppure di uno sguardo, perché tralascia il paese nel quale l'umanità continua ad approdare. E, quando vi approda, l'umanità si guarda intorno, vede un paese migliore e issa nuovamente le vele. Il progresso è la realizzazione di Utopia”.

(27) U.Eco, op.cit., pag. 38.

(28) U.Eco, op.cit., p. 40.

(29) Ibid.

(30) G.Picara, relazione al convegno La questione dello sperimentalismo, su Tutto Libri, “La Stampa”, Torino, 29 novembre 2003.

(31) Ibid.

(32) O.Wilde, L'anima dell'uomo sotto il socialismo, in op.cit., pag. 1038: “Una cartina del mondo che non contenga Utopia non è degna neppure di uno sguardo, perché tralascia il paese nel quale l'umanità continua ad approdare. E, quando vi approda, l'umanità si guarda intorno, vede un paese migliore e issa nuovamente le vele. Il progresso è la realizzazione di Utopia.”

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Mario Rusciano
giurista

1. Insegno, ormai da molti anni, il diritto del lavoro. Si sa che questo ramo dell'ordinamento giuridico esiste perché esiste un contratto tutto speciale - appunto il "contratto di lavoro" - nel quale, a differenza degli altri contratti, l'essere conta più dell' avere: nel senso che la "persona" sopravanza i "beni".
Perciò, se il giurista, in genere (e direi: per mestiere), è interessato alla natura, all'agire, al comportamento, alle relazioni (umane e sociali) delle persone, il giurista del lavoro lo è ancora di più.
Ora, se è vero che il giurista è indotto a leggere i "fatti" attraverso le "regole" (pur senza avere il mito del "formalismo giuridico"), è anche vero che, se vuole capire e interpretare le regole, egli deve anche studiare, e imparare a conoscere, le "cose del mondo". E, per far questo, mi pare che la letteratura vada considerata indispensabile.
Solo gli scrittori, ed i poeti, sono capaci di scrutare la profondità dell'animo umano e, così, di mettere a fuoco caratteri, emozioni, passioni, bisogni, costumi, perversioni, vizi e virtù degli uomini, in un certo momento storico. La letteratura, insomma, propone continuamente alla riflessione nuovi "tipi" umani e modelli culturali. Tra l'altro essa, aiutando a sdrammatizzare il dilemma tra natura e cultura, aiuta anche i giuristi a sfumare la radicalità della contrapposizione tra diritto naturale e diritto positivo.
Dal mio punto di vista, allora, l'insegnamento della letteratura va visto soprattutto come necessario strumento di civilizzazione, in un duplice senso.

2. In primo luogo, perché l'insegnamento della letteratura aiuta a formare ed educare giovani e meno giovani alla convivenza, fornendo modi e stili di comportamento, per meglio gestire i numerosi ed inevitabili conflitti: interpersonali, intergenerazionali, interculturali ecc..
L'insegnamento della letteratura, inoltre, offre un apporto, davvero formidabile, a quel processo di alfabetizzazione, anche emotiva ed affettiva, utile per innalzare gli standard di comunicazione efficace tra le persone. Alle quali prospetta una gamma vastissima di modi di confrontarsi - parlare, discutere, litigare, condividere ecc. - senza utilizzare la violenza fisica o delle armi. Ancora, essa insegna la tolleranza verso tutti i mondi, possibile attraverso la conoscenza di altre culture, che si può acquisire leggendo racconti e romanzi, più che viaggiando in quei mondi.
In una realtà sociale idealmente formata dall'insegnamento della letteratura, dunque, esistono tutte le pre-condizioni di una legislazione minima, agile, essenziale, mite. Più sono alti i livelli di civiltà, grazie anche all'insegnamento della letteratura, più i cittadini si riconoscono in ordinamenti minori, basati sul solo consenso dei consociati e senza l'intervento dell'ordinamento dello Stato e della sua forza cogente.

3. Ma l'insegnamento della letteratura ha grande importanza anche in un altro senso, per i giuristi: quello della buona qualità del linguaggio delle regole, in senso lato. Purtroppo, negli ultimi tempi, norme di legge e clausole contrattuali, sentenze dei giudici ed atti amministrativi si caratterizzano per il linguaggio scadente, complicato quando non incomprensibile.
I danni di codesto fenomeno sono incalcolabili: perché il linguaggio scadente delle regole comporta difficoltà di interpretazione; e questa, a sua volta, dà luogo ad un aumento della conflittualità e del contenzioso giudiziario.
Si possono intuire, a questo punto, le gravi ripercussioni sull'affermazione della legalità, in una società opulenta, ma travagliata dalla scarsità e debolezza dei valori e dalla frammentazione degli interessi.
Ebbene, a monte, tra le cause di una situazione siffatta, si può annoverare senz'altro la diffusa ignoranza letteraria, che per i giuristi è francamente sconfortante.
Ed il futuro non promette nulla di buono: in un mondo, dove prevale la multimedialità e si consolida il primato dell'immagine sulla parola, non si vedono i segni del necessario ruolo di compensazione della letteratura.
Fortunatamente, non manca chi, allarmato da questo decadimento linguistico, attira l'attenzione su quanto, di positivo, si rinviene nella nostra esperienza giuridico-letteraria: l'esemplare testo della nostra Carta costituzionale. Alla quale gli "Amici della Domenica" hanno assegnato uno speciale Premio Strega 2006 (e meritano, pertanto, un plauso convinto).
Illuminante quanto scrive, a questo proposito, Tullio De Mauro, nella bella introduzione al volume "Costituzione della Repubblica Italiana" (1947) (Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, Utet, Torino, 2006, p. X): "Oggi, a sessant'anni dal primo Premio Strega e dall'avvio dei lavori della Costituente, gli Amici assegnano un premio speciale alla Costituzione della Repubblica. Le ragioni non sono solo nella memoria di quella germinale sintonia e nella perdurante consonanza civile e democratica con questa "Bibbia laica", come l'ha chiamata Carlo Azeglio Ciampi. A sessant'anni di distanza appare sempre più nitido quell'alto valore linguistico della Costituzione italiana, un valore in cui si fece e ancora si fa concreto, percepibile, attivo, lo spirito democratico che ispira e sorregge le norme. A intendere ciò occorre collocare quel testo, le sue parole, le sue frasi, in un adeguato orizzonte linguistico di natura storica e teorica. Il linguaggio non vive solo di parole. In quanto vive di parole, vive anche della preliminare selezione delle cose che con esse si vogliono dire, della scelta dei destinatari che possono intenderle, dei rapporti che chi le usa voglia stabilire con questi e voglia che questi stabiliscano con le cose che si dicono e con chi le dice. Parlare, insomma, è più che mettere insieme parole…". Cos'altro aggiungere?

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Maria Sartori
psicologa e psicoterapeuta

A mio avviso la letteratura serve alla crescita emotiva e razionale dell'umanità. Essa consiste nell'arte di scrivere e quindi di poter tramandare a contemporanei e posteri il significato delle proprie esperienze emotivo-razionali direttamente riferendosi a sé stessi o ad altri personaggi. Nel secondo caso l'autore, come i lettori, si identifica inconsciamente con i personaggi via via che l'0pera procede. In tal senso letteratura e arte cinematografica hanno molte caratteristiche in comune: entrambe esprimono il significato emotivo e razionale delle esperienze esteriori ed interiori dei personaggi, entrambe hanno bisogno, per essere significanti della identificazione inconscia dei lettori o spettatori con i personaggi. Ho citato l'arte cinematografica, ma è ovvio che quanto ho detto di essa può applicarsi a tutte le arti sceniche.

La letteratura è, a differenza delle due suddette arti, priva di immagini e di musica: ciò la arricchisce e la impoverisce contemporaneamente: chi legge un libro è meno "trascinato" emotivamente e cognitivamente di chi guarda un film e le identificazioni inconsce avvengono in modo più lento, più consono alla meditazione, probabilmente più libero. Ma è altrettanto vero che immagine e musica, unite alle parole pronunciate dagli attori, producono un'esperienza di tale pregnanza da indurmi a non considerare in alcun modo l' una delle suddette arti "superiore" all'altra.
Sono pertanto anch'io allarmata dalla tendenza a ridurre l'apporto della letteratura nei programmi scolastici, ma suggerirei di aggiungere in essi anche la visione-discussione di films.

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Francesco Scaramuzzi
fisico (Grottaferrata, Roma)

Premetto che sono un fisico e che per tutta la vita (ormai per più di 50 anni) ho svolto il mestiere del ricercatore in questo campo. Dal mio osservatorio mi sono spesso lamentato della scarsa considerazione che la scienza ha sempre avuto nella nostra società, sino ad arrivare a inaccettabili affermazioni compiaciute, del tipo "io non capisco assolutamente nulla di matematica (o di fisica, o di ingegneria, eccetera)".

Ciò premesso, sono un convinto assertore dell'importanza che la letteratura ha nella vita di un popolo per il suo sviluppo – non solo culturale, ma anche sociale, psicologico, politico – e per la crescita dei singoli. E' difficile tentare di dare una risposta alla domanda posta. Mi torna in mente e condivido una affascinante definizione che ho letto nel libro di Antonio Spadaro, che porta come titolo proprio la domanda di cui si discute (1): "la letteratura serve fondamentalmente a dire la nostra presenza nel mondo e, come uno strumento ottico, a interpretarla, a cogliere ciò che va oltre la mera letteralità del vissuto, a discernere in essa significati e tensioni fondamentali".

Ben vengano quindi iniziative che tendono a promuovere un maggior coinvolgimento dell'umanità nella fruizione della letteratura. Sarei solo tentato di estendere il messaggio a tutta la cultura: mi sembra che negli ultimi tempi è la cultura in senso lato che tende ad essere emarginata, e dovrebbe essere un dovere irrinunciabile dei governanti di promuoverla con la massima priorità. Ricordo che la prima iniziativa che presero i governanti della città di Leida, al termine di un assedio che l'aveva stremata, decimata, affamata, fu la fondazione di quella famosa Università. Saranno capaci i nostri governanti, in una situazione di certo molto meno drammatica, di favorire il recupero della cultura, e, ben inteso, della letteratura?

Note

(1) Antonio Spadaro, A che cosa «serve» la letteratura?, Elledieci, La Civiltà Cattolica, 2002, pag. 9-10.

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Michel Sicard
écrivain et artiste

La question A quoi sert la littérature aujourd'hui? traduit le délaissement dans lequel se trouve, hagarde, la littérature. En rivalité avec d'autres médias, on se demande si elle ne vit pas les dernières heures de son règne. Auréolés hier, les écrivains ont laissé la place aux acteurs, aux chanteurs et aux politiques. Car nous vivons dans l'éphémère. La littérature ne sera jamais là où est l'actualité. Des reportages, des films vidéo, des photographies arrivent au but plus aisément que les mots tissés, tressés, encryptés. Si bien qu'on a dit quelquefois que la vraie littérature serait entrée en résistance. Mais quand sera-t-elle libérée? La collaboration peut se prolonger indéfiniment, car la littérature courante est devenue commerciale. On n'a jamais autant publié: cela tient à la façon de "saisir" un texte à sa source, d'écrire facilement par ordinateur et de publier dans des maquettes pré-calibrées, sans avoir à repenser l'architecture/l'architexture d'un livre.

Le livre serait pourtant la question fondamentale de la littérature: délivrant un contexte, une courbe, un message, il fomente l'illusion d'une réalité dont il est la trame clairvoyante. Mais le livre est devenu aujourd'hui un produit, qui vient sur le marché comme n'importe lequel, bénéficie d'annonces publicitaires et de campagnes de lancement. Ces livres-là reprennent d'éternels scénarios, sur le désir, l'amour, l'argent, l'amitié, la mort, toute la chaîne des passions de l'humaine comédie. En cela la littérature sert: elle a un rôle pédagogique, elle apprend à vivre conforme, à respecter les codes de la socialité. C'est pourquoi elle a ses crieurs (journalistes), ses décorations (les prix), ses gendarmes et ses tribunaux (les débats d'idées). Les titres ne sont plus seulement incitatifs, ils visent directement des particularismes - les femmes, les homosexuels, les émigrés, les banlieues - et ils ciblent un public. Fin de l'humanisme et de son programme universaliste. Pingre, l'industrie du livre ne veut point perdre, elle impose les choix de décideurs financiers, et passe vite à autre chose. Mais cette littérature-là connaît une existence presque fictive: quatre-vingt-dix pour cent des exemplaires sont renvoyés au pilon et beaucoup des ouvrages acquis, non lus, terminent à la poubelle. Bien sûr la littérature n'est pas qu'actuelle: la lecture la plus sûre reste celle des classiques. Mais le panorama littéraire-commercial du XXIe siècle risque de se conclure, après les astres des siècles précédents, de par les lois du marché, par un tonitruant désastre.

Cette littérature normée, pour quelques écrivains dont je suis, ne nous intéresse guère. Pour qui le texte est un remuement de la langue, un tissage de référents divers, une effervescence des bordures, une aventure sans Sujet, la littérature qui sert ne nous sert à rien. Nous qui expérimentons les voies de demain dans le livre d'artiste, nous nous risquons à faire bande à part. Mais pourquoi expérimenter les rapports du mot à la pulvérulence des idées, du texte à l'image? La question de l'écriture, de l'archive de la mémoire est le point central de nos civilisations. Tout y est écriture, nos décors, nos échanges, nos amours, nos cheminements en ruptures ou passages, nos vies. Voyons comment la pulsion graphique est issue d'un geste, avant d'être digitalisée, comment l'écriture manuelle inventive vient dans des intervalles insoupçonnés pour nous révéler, nous troubler, tel un lapsus heureux, révélateur, ludique… Nous, nous affectionnons le genre poésie, parce que dans poésie il y a peu, il y a oser , il y a du vide, et du silence - contre la littérature du babil. Nous, nous nous méfions des histoires trop pleines et des morales dirigées. Nous aimons les jeux sur la lettre et la calligraphie. La littérature sert à apprendre la liberté et l'errance. Pour beaucoup d'entre nous qui marchons dans l‘incertain, l‘improbable, les mots ne cherchent pas à dire, à dénoncer, mais à relier, à articuler, à lancer des nœuds dans l‘espace, à traduire la sismographie de nos corps. Au moment où le livre paraît si menacé, si fragile, nous n'avons jamais cessé de produire des livres à peu de mots, à peu d'exemplaires, mais originaux, authentiques, qui lancés vers d'autres (collectionneurs, galeries, musées) leur assurant leur animation et leur montre, surnageront du naufrage de cette littérature d'aujourd'hui en danger.

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Antonio Spadaro
critico letterario

A che cosa «serve» la letteratura? La letteratura col suo immenso patrimonio di storie, immagini, suoni, personaggi… a che serve? a che mi serve? Si chiedeva (ed io con lui) Charles Du Bos: «che cos'è la letteratura, la letteratura degna del nome, la sola che ci riguardi e che abbia sempre avuto un valore per me?» (1). Quel «per me» non è affatto da trascurare. Anzi: la particella pronominale «mi», cioè «a me», regge tutta la domanda e dunque ne porta il peso. Senza quel «mi» la domanda sarebbe incompleta o comunque generica e astratta. Molti però al solo sentir parlare di un «servizio» della letteratura, pensano a una «letteratura di servizio» o, peggio ancora a una letteratura « a servizio» di qualcosa e dunque asservita.

L'ultima poesia di Raymond Carver può aiutarci a comprendere come la letteratura «serve» solo se si confronta con ciò che vogliamo veramente da questa vita:

Ultimo frammento
E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto

E cos'è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra


Il rapporto tra la vita e la letteratura è sempre stato inquieto e complesso. Si potrebbe scrivere una vera e propria storia di questa relazione che è stata ora affermata e ora negata, ora desiderata e ora respinta. Tuttavia nel breve spazio del mio intervento mi limiterò solamente a intrecciare i sentieri di alcuni autori. Caverò dalle loro opere poche tessere utili per un mosaico. Il risultato finale corrisponderà all'immagine dell'esperienza letteraria che sento vicina.

Jean Cocteau scrisse a Jacques Maritain: «La letteratura è impossibile, bisogna uscirne, ed è inutile cercare di tirarsene fuori con la letteratura perché solo l'amore e la Fede ci consentono di uscire da noi stessi» (2). Ma per andar dove? Probabilmente per uscire dal narcisismo dell'«interiorità» autoreferenziale. Pier Vittorio Tondelli, scrittore scomparso nel 1991 a soli 36 anni per aids, scrisse tra i suoi ultimi appunti: «La letteratura non salva, mai». Sono parole che ricordano drammaticamente anche gli ultimi versi di Clemente Rebora: Lungi da me la scappatoia dell'arte/ per fuggir la stretta via che salva! L'arte sarebbe dunque una scappatoia. Sarebbe una forma di tragica consolazione, che confina con la percezione leopardiana dell' infinita vanità del tutto . È Stephane Mallarmé a mettere in relazione la tristezza della carne ( La chair est triste, hélas! ) con la vanità della lettura di tous les livres . Che farsene di parole scarse, e forse senza sole , come le definiva Sandro Penna, o di qualche storta sillaba e secca come un ramo (Montale)? È tutta qui la poesia, la letteratura?

Per rispondere, vorrei accostarmi a Marcel Proust. A suo giudizio, infatti, la letteratura è una forma di «ritiro», in cui, nella solitudine, si fanno «tacere le parole», le nostre e quelle degli altri, con le quali giudichiamo le cose e la vita «senza essere noi stessi» (3). Ma questo ritiro non è forse anche un ritirarsi, cioè un «ritrarsi» dalla vita? In effetti, all'interno dello spazio aperto dal libro, Proust nota come i suoi pomeriggi dedicati alla lettura contenessero «più avvenimenti drammatici di quanti non ne contenga, spesso, un'intera vita» (4). Erano gli avvenimenti che si susseguivano nel libro che stava leggendo. Sorgono quindi due domande interessanti: la vita dunque contiene meno vita della letteratura? La letteratura è più vita della vita stessa?

Sembra in effetti che la letteratura sostituisca la vita o che almeno riesca a rimpiazzare momenti d'inedia trasformandoli in minuti, ore, giorni di pura avventura (5). In realtà la letteratura non serve a sostituire la vita. Semmai è vero che ci sono aspetti della vita che spesso noi conosciamo solo nella lettura (6). La grandezza dell'arte vera infatti è quella «di ritrovare, di riafferrare, di farci conoscere quella realtà lontani dalla quale viviamo, […] quella realtà che rischieremmo di morire senza aver conosciuta e che è, molto semplicemente, la nostra vita» (7). Dunque, in sintesi: l'arte ci fa conoscere la vita, al di là della conoscenza convenzionale che di essa abbiamo. Ma allora come la letteratura ci fa conoscere la vita? Risponderò a questa immagine attraverso quattro immagini.

La prima è l'immagine del laboratorio fotografico . L'opera letteraria, scrive Proust, è «una sorta di strumento ottico», che consente al lettore di «sviluppare» ciò che forse, senza il libro, non avrebbe osservato dentro di sé (8). Il ruolo della lettura è fotografico: gli uomini spesso non vedono la loro vita e così il loro passato diviene ingombro di tante lastre fotografiche, che rimangono inutili perché l'intelligenza non le ha «sviluppate» (9). La letteratura invece è come un laboratorio fotografico, nel quale è possibile elaborare le immagini della vita perché svelino i loro contorni e le loro sfumature. Ecco dunque a cosa «serve» fondamentalmente la letteratura: a sviluppare le immagini della vita, a salvare la nostra esistenza dall'incomprensibilità.

Ma, possiamo chiederci, come è possibile? La letteratura non mi parla della mia vita, ma di storie di altri. Appunto: la passione per la lettura richiede delle condizioni, vi è uno «straniamento», per il quale il mondo in cui ci si immerge nella lettura non è più il nostro, il solito (la Yourcenar e i suoi lettori entrano nel tempo di Adriano, come i lettori di Kafka si muovono verso l'irragiungibile Castello e i lettori di Carroll entrano nel Paese delle meraviglie,…).

Tuttavia è proprio a partire dalla cripta del testo letterario e dai suoi sotterranei che è possibile rimettere in questione sia la nostra percezione comune delle cose sia la nostra personale esistenza in un gioco di interpretazioni e significati colti con maggiore chiarezza. Ecco allora la via per comprendere la virtù paradossale della lettura: «quella di astrarci dal mondo per trovargli un senso» (10), entrare in un mondo diverso rispetto a quello della nostra vita per discernere il senso proprio del nostro mondo.

W. Wenders nella sceneggiatura di Lisbon story ci aiuta a capire. Nel film il protagonista è un regista che intende girare le sue immagini mediante una telecamera con l'obiettivo poggiato sulle spalle per riprendere scene mai viste, neanche da chi «gira». Ecco la risposta del suo amico e tecnico del suono: «Se nessuno guarda attraverso la lente, ecco quello che vedranno su questi dannati video le generazioni future: il punto di vista di nessuno. Non c'è ragione di fare immagini spazzatura da buttare un minuto dopo».

La seconda immagine è tratta dall' idraulica : si chiedeva Charles Du Bos: «senza la letteratura cosa sarebbe la vita?». La risposta che ci offre sembra eccessiva e tuttavia resta appropriata nella sua ispirazione fondamentale. Eccola: «Non sarebbe altro che una cascata da cui tanti di noi sono sommersi, talmente insensata che noi, incapaci di interpretare, ci limitiamo a subire. Di fronte a tale cascata, la letteratura assolve le funzioni dell'idraulica: capta, raccoglie, convoglia e solleva le acque» (11). In poche parole: senza la letteratura, la vita rischierebbe di restare «a secco». La letteratura, rimanendo nella metafora, incontra l'uomo/lettore sotto il pelo dell'acqua che è quel prosaico e scialbo significato letterale, quella «letteralità» che «uccide», come ricorda san Paolo. La vita letteralizzata è quella ridotta al senso comune, all'apparenza, alla banalità illuministica della superficie.

La terza immagine è quella della digestione . Il rapporto tra letteratura e realtà è intenso e coinvolgente. È il gesuita Michel De Certeau a ricordare come la lettura abbia un ruolo di elaborazione «digestiva»: «la ruminatio della mucca ne è il modello», egli afferma ricordando Guillaume de Saint-Thierry e J.-J. Surin, il quale a sua volta parla di «stomaco dell'anima». Si può elaborare una vera e propria «fisiologia della lettura digestiva» (12). Proseguendo su questa linea si può dire che anche che la lettura sia uno «stomaco per digerire la realtà», come aveva scritto Pier Vittorio Tondelli. In altri termini possiamo parlare di «assimilazione». La letteratura è quel linguaggio capace di trasformare in sé il mondo e le esperienze (13). Ecco dunque a cosa «serve» fondamentalmente (ci sono tanti altri «servizi», ma vengono dopo) la letteratura: a dire la nostra presenza nel mondo, a interpretarla e «digerirla», a cogliere ciò che va oltre la superficie del vissuto per discernere in essa significati e tensioni fondamentali.

Così la vera letteratura non è mai di «evasione». Chi scrive prende posto nell'universo e, a partire da questa posizione, in modo realistico, fantastico, utopico o satirico, elabora il proprio mondo, reinterpretandolo, amandolo o contestandolo. Ogni poesia, ogni racconto, ogni romanzo è un atto critico nei confronti della vita. La letteratura offre a una vita ridotta al suo puro «senso letterale», un punto di fuga. Cioè: la letteratura dischiude il mondo nel quale si vive e fa scoprire la sua ricchezza. La letteratura non è dunque «fuga» dal mondo, dalle cose, in un'interiorità tanto ricca, quanto vaga. Se lo fosse, essa sarebbe una «evasione» inutile e vana (14). La sua direzione è verso il misterium , che ha il suo secretum nel mondo, nelle cose dense e pastose, materiali. L'evasione genera la visibilità calviniana, giocosa ma inutile. Qui invece sto parlando di visio , la visio dantesca, ad esempio, che è «luce intellettual, piena d'amore;/ amor di vero ben, pien di letizia,/ letizia che trascende ogni dolzore» ( Paradiso XXX, 40-42).

Lo scrittore, dunque, è chiamato ad avere una visione (anagogica) del mondo capace di intuire più livelli di realtà in un'immagine o in una situazione. Egli vede prima in superficie, ma la sua angolazione visiva è tale che comincia a vedere prima di arrivare alla superficie e continua a vedere dopo averla oltrepassata. Ha ragione Flannery O'Connor quando afferma che allo scrittore è necessario un certain grain of stupidity , un «granello di stupidità», che serve a tenere gli occhi imbambolati ( to stare ) sul reale (15).

Propongo due splendidi esempi poetici. Il primo è una poesia di William Carlos Williams dal titolo Iris :

uno scoppio d'iris così
scesi per la
colazione

esplorammo tutte le
stanze in cerca
di

quel profumo dolcissimo e da
prima non riuscimmo a
scoprirne la

sorgente poi un azzurro come
di mare ci
colse

in sussulto improvviso di tra
gli squillanti
petali

a burst of iris so that
come down for
breakfast

we searched through the
rooms for
that

sweetest odor and at
first could not
find its

source then a blue as
of the sea
struck

startling us from among
those trumpeting
petals


La poesia prende il suo avvio con uno scoppio. La pagina, appena aperta «esplode» agli occhi del lettore, proponendogli un'immagine deflagrante. Come e dove il poeta coglie questa immagine, che nell'originale ha in sé anche un suono iniziale onomatopeicamente esplosivo ( a burst …)? Non lo sappiamo, ma possiamo facilmente intuire che si tratta di una visione puntuale ma intensissima, da occhi spalancati, capaci di cogliere i petali dell'iris come trombe squillanti ( trumpeting ). Williams in questi versi coglie ed esprime tutta la potenza deflagrante del reale.

E' possibile accostare a Iris la poesia Costrizione di Bartolo Cattafi:

Siamo ora costretti al concreto a una crosta di terra
a una sosta d'insetto
nel divampante segreto del papavero


I suoni dei primi tre versi ( str tt cr cr st rr st tt ) dicono tutto lo scricchiolìo della posizione precaria dell'uomo sulla terra. Tuttavia l'ultimo verso fa esplodere questa posizione, circoscrivendola in una fiammata: il divampante segreto del papavero ( pam pa pa ). Anche questa poesia testimonia uno sguardo capace di cogliere la potenza dirompente del reale. Ecco dunque delineata la quarta immagine che ci aiuta a capire come la letteratura ci fa conoscere la vita: l'immagine di una esplosione . Le due poesie fin qui lette sono esplosive e, scoppiando, comunicano quella che Wallace Stevens definì semplicemente «Una nuova conoscenza del reale ( A new knowledge of reality )». Colgono un'immagine e questa, nell'osservazione, esplode: il papavero «divampa», l'iris «scoppia». E' questa dinamica esplosiva la vera utilità di un'opera d'arte, anche letteraria.

Cosa fa sì allora che un'opera letteraria abbia valore? A mio parere l'esatto contrario di ciò che scriveva Montale nel suo celebre verso Non domandarci la formula che mondi possa aprirti . Il romanzo di valore possiede in se stesso la formula capace di aprire un mondo cogliendone la sostanza (in senso letterale: ciò che sta sotto, a suo fondamento). E la sua sostanza non è un monolite, come ci insegna il poeta inglese Gerald Manley Hopkins, il quale col suo occhio d'aquila nella poesia God's Grandeur coglie come vive in fondo alle cose la freschezza più cara ( There lives the dearest freshness deep down things ). Ma il poeta non solo coglie la sostanza del reale, del «mondo», ma anche assiste alla sua espansione, alla sua «dichiarazione», per usare ancora un termine di Montale. Se un romanzo, un racconto o una poesia non dichiara un mondo e non lo spalanca davanti al lettore – non importa se in modo realista, o surrealista – non fa compiere al lettore una vera esperienza, non fa conoscere nulla: è vuoto e noia. Anche Montale ha visto un «croco», coglie la sua grazia, ma l'esplosione fallisce, resta il silenzio, la grazia rimane sorda. Rimane la polvere:

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.


L'opera letteraria che non apre mondi può ridursi solo a polvere e cioè a tre cose: a ideologia, a sentimentalismo o a «esperimento» linguistico. Polvere, appunto.

E invece la letteratura ha un altro destino. La poesia può addirittura… prendere il posto di una montagna. E' l'esperienza del poeta statunitense Wallace Stevens in La poesia che prese il posto di un monte ( The Poem that Took the Place of a Mountain ). Qui il poeta parla di sé in terza persona, come «egli»:

Era là, parola per parola,
La poesia che prese il posto di un monte.

Egli ne respirava l'ossigeno,
Perfino quando il libro stava rivoltato nella polvere del tavolo.

Gli ricordava come avesse avuto bisogno
Di un luogo da raggiungere nella sua direzione,

Come egli avesse ricomposto i pini,
Spostando le rocce e trovato un sentiero fra le nuvole,

Per giungere al punto d'osservazione giusto,
Dove egli sarebbe stato completo di una completezza inspiegata:

La roccia esatta dove le sue inesattezze
Scoprissero, alla fine, la vista che erano andate guadagnando,

Dove egli potesse coricarsi e, fissando in basso il mare,
Riconoscere la sua unica e solitaria casa.


There it was, word for word,
The poem that took the place of a mountain.

He breathed its oxygen,
Even when the book lay turned in the dust of his table.

It reminded him how he had needed
A place to go to in his own direction,

How he had recomposed the pines,
Shifted the rocks and picked his way among clouds,

For the outlook that would be right,
Where he would be complete in an unexplained completion:

The exact rock where his inexactness
Would discover, at last, the view toward which they had edged,

Where he could lie and, gazing down at the sea,
Recognize his unique and solitary home.


La letteratura dunque non è chiamata a consegnare una parola rinsecchita, ma a permettere una scalata. Scrivere per Stevens è come scalare un monte, avere una direzione, ricordare che c'è una meta, una exact rock , cioè una «roccia esatta», da raggiungere, nonostante tutte le nostre inesattezze. Questa è la scrittura umana, vera, ricca di senso, quella che procede affilata e dritta come una freccia e sa così persino spaccare le rocce e spostare i pini, pur di non perdere la forza della sua direzione. Una scrittura senza una «roccia esatta» da raggiungere è una macchia su carta porosa, stagno inutile e sciolto. Ecco allora la domanda da porsi davanti a una poesia o a una narrazione: qual è la sua «roccia esatta»? Dove sta andando? Dove mi porta? Quale meta mi indica? E con quale forza? Con quale sguardo? Lo scrittore autentico sa spostare le rocce e trovare sentieri tra le nuvole per guadagnare la vista giusta, il giusto punto di osservazione dove si ottiene una pienezza, una completezza che,  dice Stevens, resta inspiegabile.

Solo «affacciandoci» dalla vera poesia possiamo guardare in basso e riconoscere la nostra casa. Ecco, ancora una volta, il servizio della letteratura: essa è complice insostituibile di un esercizio interiore che dà respiro e consistenza alla vita. A questo punto a me lettore che parlo e a voi lettori che mi avete ascoltato il grande Giacomo Debenedetti direbbe che qui « si tratta anche di te » (16).

Note

(1) Charles DU BOS, Che cos'è la letteratura? Quattro lezioni americane, Rimini, Panozzo, 1996, 5.

(2) J. COCTEAU – J. MARITAIN, Dialogo sulla fede , Firenze, Passigli, 1988, 56.

(3) M. PROUST, Contro Sainte-Beuve , Torino, Einaudi, 1991, 18s. Addirittura ci sono casi nei quali la lettura può «reintrodurre perpetuamente una coscienza pigra nella sua vita spirituale» (Id., Del piacere di leggere , Scandicci [FI], Passigli, 1997, 36). L'unico rischio anzi è quello che la lettura, anziché risvegliare alla vita individuale dello spirito, tenda a sostituirsi ad essa.

(4) Id., Alla ricerca del tempo perduto. I. La strada di Swann , Milano, Mondadori, 1983, 103.

(5) L'autore della Recherche afferma che in qualche modo i pomeriggi dedicati alla lettura appaiono come «accuratamente ripuliti dai mediocri incidenti della mia esistenza personale che avevo rimpiazzati con una vita di strane avventure e aspirazioni in un paese irrorato d'acque vive!» (ivi, 107). Ecco allora che il romanziere «scatena in noi nello spazio di un'ora tutte le possibili gioie e sventure che, nella vita, impiegheremmo anni interi a conoscere in minima parte» (ivi, 104-105).

(6) Cfr ivi.

(7) Id., 577.

(8) Id., Alla ricerca …IV. Il tempo ritrovato , cit., 596.

(9) Ivi, 577-578.

(10) D. PENNAC, Come un romanzo , Milano, Feltrinelli, 1993, 14.

(11) Ch. DU BOS, Che cos'è la letteratura? ,cit., 13.

(12) Michel DE CERTEAU, Il parlare angelico. Figure per una poetica della lingua (Secoli XVI e XVII) , Firenze, Olschki, 1989), 139 s.

(13) Cfr. J.-C. RENARD, «Poesia, fede e teologia», in Concilium XII 5 (1976), 36-61, 45.

(14) La verità della letteratura è sempre una verità di fatti, di cose e di relazioni tra cose e persone. «Niente idee se non nelle cose ( No Ideas but in Things )», scriveva Williams Carlos Williams, superato da Wallace Stevence che afferma: «niente idee sulle cose, ma le cose stesse ( Not Ideas about the Thing but the Thing Itself )».

(15) Cfr A. SPADARO, «La letteratura nel territorio del diavolo. La poetica di Flannery O'Connor», in Civ. Catt. 2001 IV 36-45.

(16) G. DEBENEDETTI, «Commemorazione provvisoria del personaggio-uomo», in Il personaggio-uomo. Saggi critici. Serie postuma , Milano, Il Saggiatore, 1970, 13.

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Luigi Squarzina
regista

Dio mio, ci metterò il meno possibile.
Dio creò l'uomo e lo fece signore della natura, ma secondo la Bibbia la creazione si completò quando le cose ricevettero il loro nome dall'uomo: "E come l'uomo avrebbe chiamato i vari animali viventi, quello sarebbe stato il loro nome" (Genesi, 2, 19). Poiché dunque "l'uomo", scrive Walter Benjamin, "è colui che nomina", la sua essenza spirituale " è la lingua stessa".

Viene da pensare che il Padreterno non sia tanto un matematico o un fisico, quanto un letterato. E con tutto l'entusiasmo per l'esplorazione e la conquista dello spazio, il primo passo verso il firmamento fu quello di dare un nome agli astri e alle stelle, ed esso resterà sempre il più ardito, accreditando la letteratura anche di un'originaria valenza scientifica: confermata in pieno Illuminismo da un'epistola di Marie-Joseph Chénier a Voltaire, 1757, citata sotto il lemma Littérature nel volume terzo del Littré: "La littérature, science expérimentale au plus haut degré, s'étend, se renouvelle, se rajeunit, suivant tous les accidents de la pensée humaine".

Eppure, ha un bel dimostrarsi estensibile, rinnovantesi, ringiovanentesi ad ogni svolta del pensiero umano: il suo posto primario è messo in dubbio da chi le nega proprio quel carattere "sperimentale al massimo grado", privilegiando al posto suo, nel processo educativo, la strumentazione, fattore evidentemente accessorio. Si vuole ridurre lo spazio-tempo destinato alle lettere, alle belles lettres, alle humanities, agli studi umanistici di cui la letteratura è il nerbo, mentre nel mondo, o almeno in Occidente, si è scoperto che proprio gli studi umanistici stimolano nei giovani la capacità di scegliere, di valutare, di comparare, e quindi di saper affrontare con elasticità mentale e spirito critico gli imprevedibili cambiamenti nelle prospettive di lavoro e di vita che li aspettano."Letteratura", ci spiega l'etimologia, " è propriamente l'alfabeto, la conoscenza dei caratteri dell'alfabeto e della grammatica", e "Letteratura", secondo il buon vecchio Fanfani, fu usato anticamente ancora per "carattere col quale è formata la scrittura, e per lo scritto medesimo": senza di essa, come potremmo conoscere il teorema di Pitagora, l'equazione della relatività ristretta, il principio di indeterminazione di Heisenberg?

In occasione del centenario leggiamo che Samuel Beckett, oltre a riconoscersi nel Belacqua del Purgatorio con il capo reclino sulle ginocchia e a entusiasmarsi per la Mandragola vista a Parigi, si ripeteva i versi dell' "ermo colle" per "naufragar" di là dai rilievi lungo la Marna dov'era andato ad abitare. In questo mese di marzo, una sera, l'autista del taxi con cui rincasavo, un ometto lindo sulla sessantina, sentì che parlavo al cellulare di lavoro intellettuale. Attaccò discorso, e andò a finire che mi recitò impeccabilmente tre poesie di Leopardi, senza retorica e senza cantilene, e ne sapeva altre. Aveva cominciato a scuola, luogo ormai preservato, grazie al muro eretto dai nostri prudenti pedagoghi, da simili abusi della memoria, forieri di scioperataggine. Ai Soloni ministeriali, per non turbare la loro sicurezza, non bisogna far sapere quanto ebbe a dire con benedetta semplicità Giuseppe Pontiggia in un incontro con gli studenti bolognesi: "In fondo, la letteratura è la scoperta della potenza del linguaggio".

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Pierre Verstraeten
filosofo

La littérature aujourd'hui comme sans doute depuis longtemps remplit une double fonction: distraire en instruisant ou instruire dans le plaisir. Son importance est considérable dans la constitution de l'esprit universel... d'une même civilisation. Certes d'autres moyens y concourent, mais, certainement, pour ceux qui s'y consacrent (à la faire et à la consommer) elle constitue la forme de formation culturelle la plus féconde. C'est qu'à la différence de la parole prosaïque (qui joue évidemment un rôle essentiel dans la formation culturelle, donc humaine, d'une civilisation) la littérature pénètre l'esprit en toute liberté. Recourant à la liberté du lecteur pour être lue elle ne lui fait que des propositions et des suggestions, à charge pour chaque lecteur de se faire une conviction. Ce qui est ainsi offert à la compréhension et à la disposition affective et intellectuelle du lecteur c'est une panoplie infinie de créations de schèmes vécus à travers une multiplicité de héros et d'anti-héros inventés. Ainsi chaque lecteur met en place librement des modèles d'appréhension du monde et des situations psycho-sociologiques rencontrées qui ont ses faveurs ou suscitent ses répulsions. A ce titre, un homme n'est jamais fait que de l'ensemble de toutes les possibilités qu'il a fait siennes à partir du champ de possibles qu'il rencontre au cours de ses années de formation, et sa liberté sera d'autant plus large et plus inventive que le choix de ses possibles est multiplié par la littérature. Alors certes ce champ est lui-même dépendant de la sédimentation historique d'une civilisation millénaire, mais justement ce patrimoine immémorial se caractérise par sa lutte incessante à travers l'infinité de ses créateurs en faveur d'une reproduction élargie de son trésor culturel. La littérature est tout simplement la révolution permanente de notre civilisation. Faits par elle, les écrivains en retour ne cessent de la faire.

Quelques exemples de l'impact de la littérature et de sa diffusion. Il est clair que si le destin calamiteux n'a sans doute jamais empêché des héroïnes de même constitution qu'Emma Bovary, de se précipiter dans un onirisme désastreux, par contre une fois thématisé et produit comme institution culturelle de référence, les témoins possèdent un instrument de compréhension et un schème d'intelligibilité à l'égard de semblable comportement, éventuellement de lucidité accrue à l'égard de leur propre affect. Combien de femme n'ont-elles pas senties l'ambivalence de leur image dans le miroir à la suite d'une transgression jubilatrice? ambivalence faite de bonheur révulsif depuis qu'Emma a prononcé la phrase fameuse devant son miroir: "J'ai un amant!". Sartre citait cette phrase de Stendhal dans La Charteuse de Parme: "Si le mot d'amour vient à surgir entre La Sanseverina et son neveu, c'en est fini de moi, l'amant officiel!" C'est cette puissance de révélation, dévoilement, thématisation du simple vécu plus ou moins informe, qui soutient la vocation sinon le destin de la constitution infinie de l'esprit universel par la littérature. De même dans la culture populaire, on peut prendre le roman Back Street contant le destin malheureux d'une jeune fille devenue la maîtresse d'un bourgeois marié. Ce bourgeois consacre exclusivement à sa femme légitime toutes les valeurs sociales historiques qu'un amant apporte traditionnellement à l'objet de sa flamme transgressive, confinant, en l'occurrence, sa maîtresse dans une sujétion abjecte, comme dans l'arrière-cour de service de sa vie officielle. À nouveau, l'archétype établi peut mettre en garde certains et certaines, mais surtout éclairer les témoins de semblable drame, et en tout cas instituer des archétypes d'existences sociales qui nourrissent la culture d'une civilisation.

Dans un récent interview, l'écrivain français Bergounioux n'hésite pas à dire: "Je vais sûrement blesser des susceptibilités et surprendre des esprits de ce temps, mais je tiens que le principe directeur, de toute pédagogie, de tout enseignement authentiquement humain, c'est l'enseignements des langues et des lettres. Quiconque n'a pas été non seulement frotté, mais nourri aux lettres et à la connaissance appuyée, approchée des langues est à quelques degrés infirme. Il me semble que c'est cette matière-là plus qu'aucune autre qui est en mesure de permettre aux vivants de se connaître et d'en tirer toutes les conséquences dans la totalité des domaines où se passe leur vie".

C'est que l'acte d'écrire et l'acte de lire, de part et d'autre, se rejoignent par "l'arrachement" respectif des sujets à la vie utilitaire, prosaïque, aux injonctions quasi-nécessaires de toutes les significations établies… pour s'en émanciper précisément, l'un (l'écrivain) en une synthèse de sa propre vie et de l'irréel (c'est son activité essentielle), l'autre (le lecteur) en y puisant l'exercice et le goût de l'émancipation. C'est une dialectique incessante de la vie et des centres réels d'irréalisation que constituent les œuvres. Tout écrivain commence par lire et réciproquement lire peut conduire à écrire. Cette relation ouverte est d'autant plus importante qu'il existe des cultures à un seul Livre… à lire et relire jusqu'à en connaître le contenu entièrement de mémoire, idéal exclusif de la lecture dans ces cas-là. Ainsi Umberto Eco a-t-il pu écrire un roman policier dont l'intrigue se déroulait dans un Cloître du moyen âge. Les mobiles du crime étaient le refus de toute autre activité intellectuelle que celle de la répétition du livre sacré. Les criminels voulaient avant tout, fût-ce au prix du meurtre, interdire toute liberté de pensée qui se serait renforcée à la lecture d'un texte d'Aristote sur le "Rire". C'est dire l'enjeu métaphysico-politique de la littérature. Ainsi pour paraphraser Mallarmé à propos de ce qu'il a dit de la Nature: la littérature a eu lieu, on n'y soustraira pas.

Mais il n'y a jamais d'essence pure, fut-ce de la littérature. L'idéalité qui peut s'y attacher selon ce qui vient d'être dit est donc celle de la liberté. Mais cette liberté, par définition d'elle-même, peut toujours s'exercer en vue d'une destination qui en vise la négation. Outre ce qui constitue une intervention extra littéraire comme la censure et autre type d'interdiction (cf. la lecture du texte d'Aristote sur le "Rire"), il existe également, et par définition, un usage proprement littéraire de la négation de la littérature: la littérature de causes entendues, la littérature de manipulation, d'influence sinon de propagande. Combien de jeunes gens sont-ils devenus communistes en lisant La Condition humaine? C'est pourtant un chef d'œuvre littéraire. C'est Malraux qui a apporté la réponse à cette apparente contradiction en disant à propos de Sanctuaire: "Faulkner, a élevé le roman policier au rang de tragédie". On pourrait dire semblablement pour L'Espoir et La Condition humaine que Malraux a élevé l'épopée révolutionnaire au rang de tragédie. Le critère qui permet donc de trancher entre la littérature et sa négation, c'est la littérature elle-même qui l'apporte. Car quel est le sens et la portée de cette élévation du roman policier à la tragédie? Proprement l'invention de l'écriture et du style caractéristiques à ces œuvres: elles en métamorphosent le statut en les exemptant d'appartenir au sous-genre de romans de gare ou de romans à thèse, sinon de propagande. Ainsi on ne peut faire sa part à l'arrachement à soi du quotidien et du prosaïque propre à la lecture et à l'écriture: dès qu'il a lieu qu'il ne peut faire autre chose que se rechercher soi-même et s'objectiver dans l'œuvre.

Et pour actualiser ceci je citerai les propos tenus et les dispositions prises par Gilberto Gil, ministre de la Culture du Brésil, pays relativement jeune (500 années d'histoire) en faveur de l'écriture et du livre en général: institution d'un Plan National du Livre et de la Lecture essaimant dans tout le réseau culturel du pays, sous forme d'ateliers d'enseignement de la littérature et d'un concours littéraire annuel pendant 15 ans, doté d'un prix de 30.000 €. Cela favorisera, précise-t-il, une prise de conscience de l'importance du livre et de la lecture "pour le développement définitif du pays aussi bien culturellement que socialement. C'est la grande fête du livre, car ce dernier crée les fleuves de liberté et d'émancipation".

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