Chateaubriand e i Mémoires d’outre-tombe (1998)

Quaderni del Seminario di Filologia Francese (I testi sono riprodotti per gentile concessione delle Edizioni Ets di Pisa in coedizione con le Edizioni Slatkine di Ginevra)

L’opera di Chateaubriand ha scarsamente interessato, nel Novecento, la cultura italiana. Pochi i critici che le hanno dedicato qualche studio: un’unica monografia, all’inizio del secolo (Giovanni Rabizzani, Chateaubriand, Lanciano, Carabba, 1910); alcuni saggi, per lo più in chiave comparatistica (Ferdinando Neri, Cesare De Lollis, Glauco Natoli), fino agli anni ’50; poi lo Chateaubriand politico di Carlo Cordié (Firenze, D’Anna, 1959), e due importanti contributi sui Mémoires d’outre-tombe (Francesco Orlando, 1966, e Giovanni Macchia, 1969). Un solo convegno nel 1969, a Roma, in occasione del bicentenario della nascita, concepito in una prospettiva «nazionale» (Chateaubriand e l’Italia). Ancor più deficitaria la situazione editoriale, che continua a rispecchiare la drastica selezione operata da Sainte-Beuve sulla vasta produzione di Chateaubriand: a René, Atala, Les Aventures du dernier Abencérage, si aggiunge solo la Vie de Rancé, dopo il lancio assicuratole dal saggio di Roland Barthes (1965). Vistosa, in particolar modo, l’assenza dei Mémoires d’outre-tombe, la cui straordinaria ricchezza è stata messa in luce da alcuni importanti studi degli anni ’60 (Julien Gracq, Jean-Pierre Richard, Jean Mourot); «fonte», secondo Cesare Garboli, «di tutto il romanzo moderno». Solo nel dicembre 1995 è stata pubblicata la prima traduzione integrale italiana a cura di Ivanna Rosi, con una importante introduzione di Cesare Garboli (Einaudi-Gallimard, 2 voll.). Il convegno Chateaubriand e i ‘Mémoires d’outre-tombe’, tenutosi a Pisa nel febbraio 1997, è nato in relazione con questo evento editoriale. Di qui, in parte, la scelta del comitato scientifico di adottare la formula monografica. Un gruppo ristretto di studiosi italiani e stranieri, specialisti e non specialisti, si è vivacemente confrontato sullo stesso tema, suscitando ampie discussioni e l’interesse costante del pubblico. Gli innumerevoli interrogativi che pone la grande complessità dei Mémoires d’outre-tombe vertono, anzitutto, sulla difficile definizione di una autobiografia sui generis, che non è riconducibile né al modello dei mémoires aristocratici sei-settecenteschi, né alle Confessions di Rousseau; che da un lato apre la problematica del tempo nella coscienza di sé, nella storia, nella politica, dall’altro, priva di introspezione e di reale evoluzione, si fa specchio sincronico, sovrapersonale, «libro sacro», parola dell’eternità (Cesare Garboli). Il dibattito si è aperto, molto opportunamente, proprio sul tema dello statuto dei Mémoires d’outre-tombe: autoritratto (sintetico, sincronico, analogico) o «racconto» autobiografico? o, piuttosto, innovatrice «autobiografia simbolica», bilanciata tra temporalità e permanenza? Jean-Claude Berchet ha introdotto in tal modo il problema della natura dell’io dei Mémoires, situandolo nell’ambito del «malessere» post-rivoluzionario dei generi letterari, di cui Chateaubriand ha una acuta percezione, e al quale risponde con originali soluzioni (dal Génie du Christianisme ai Mémoires). Gli interventi successivi hanno concorso in vario modo a mettere in luce i lineamenti salienti e contraddittori di questo autoritratto o percorso simbolico. I Mémoires sono il luogo della ricerca di sé, di un risalire alla source sulle tracce della memoria affettiva, privata, intima (Benedetta Papasogli) o, viceversa, il luogo in cui, a partire dagli stadi più antichi del testo, si edifica un’immagine di stampo classico, ad usum posteritatis, che censura le istanze emotive e personali, in un processo di progressivo allontanamento dalle sorgenti dell’io (Lucia Omacini)? Il soggetto tende a definirsi in maniera regressiva, in virtù della fedeltà tribale alle origini o, anche, attraverso il periplo nello spazio esterno e nel tempo, guardando davanti a sé, e avvalendosi dell’incontro con l’«altro» (Arnaud Tripet)? Il legame con il clan familiare, con la tradizione, con il «feudo patrio» implica il rischio della chiusura narcisistico-endogamica o favorisce, al contrario, la fecondità e la coesione dell’io (Mary Anne O’Neil, Ivanna Rosi, Arnaud Tripet)? Ma è proprio in un passato storico ormai morto che occorre situare la nascita dell’identità, e non, piuttosto, nel rivolgimento rivoluzionario, per quanto ciò possa apparire paradossale, e nonostante le censure (rivelatrici) del memorialista (Piero Toffano)? Quale ruolo svolgono, d’altra parte, nell’individuazione del personaggio/narratore autobiografico, proprio la censura, il rifiuto, la negazione, la prospettiva d’oltretomba (Jean-Marie Roulin)? Il soggetto che emerge dal chiaroscuro dell’opposizione positivo/negativo, dalla fragile e nondimeno immortale «memoria dell’illusione» è un pallido riflesso o una più sostanziosa presenza, negatrice della distruzione (Benedetta Papasogli, Jean-Marie Roulin)? Quale forma assume nei Mémoires d’outre-tombe la tensione tra le opposte pulsioni di separazione e di integrazione che caratterizza larga parte dell’opera di Chateaubriand? E, in particolare, come vi si articola, sul piano storico, tale dinamica, attraverso le alternative passato/presente, ancien régime/restaurazione, patria/esilio (Ivanna Rosi, Piero Toffano)? La molteplicità delle prospettive metodologiche, la diversità delle campionature testuali sottoposte ad analisi, si diramano, in generale, da una comune consapevolezza: l’io si costituisce, nei Mémoires d’outre-tombe, a qualsiasi livello, come tensione dinamica tra pulsioni opposte e compresenti. In tal senso, anche l’«esteriorità» sia storica, sia privata, sia letteraria (si veda la pratica proliferante della citazione) instaura ovviamente con l’istanza soggettiva una relazione essenziale: questo aspetto che emerge, necessariamente, da tutti gli interventi, è stato posto in maniera più diretta a proposito del «comico» e del «ritratto» (Fabio Vasarri, Filippo Martellucci); si è aperta così la strada, sia sul piano stilistico-retorico, sia su quello tematico, ad approfondimenti più specifici del tessuto narrativo dei Mémoires d’outre-tombe, che fino ad ora scarseggiano. Alcune delle questioni affrontate hanno suscitato animati dibattiti. Francesco Orlando ha richiamato l’attenzione sulla particolare complessità della posizione di Chateaubriand nella storia, sia dal punto di vista letterario (conservazione classicista / promozione di una nuova letteratura), che politico (rivoluzione / restaurazione; legittimismo / libertà): questi dilemmi, tradotti in termini più personali, possono essere prospettati come tensione tra fedeltà e lucida coscienza dell’inevitabile cambiamento, che induce lo scrittore a prenderne atto, a intuirlo, a prevederlo, attraverso le risorse della sua genialità (Arnaud Tripet). A tal proposito, vorrei sottolineare un dato che è forse già emerso da questa breve presentazione: la convergenza di un nucleo di comunicazioni sui temi del radicamento, delle origini, i quali, nella loro viva connessione con le istanze di libertà sul piano sia esistenziale che ideologico, rivelano un senso pieno e una funzione fondamentale nel processo identitario, fin qui frequentemente non riconosciuti. Cesare Garboli, che ha, come Francesco Orlando, diretto una delle sedute, si è invece schierato con quel ben rappresentato filone della critica (da Jean-Pierre Richard e Jean Mourot fino a Giovanni Macchia) che colloca al centro dei Mémoires la tomba e la rovina. Simbolo dell’intera opera sarebbe dunque il sepolcrale castello di Praga, asilo di Carlo X e della sua decrepita corte in esilio, figura, appunto, dell’inabissarsi della monarchia e del legittimismo. Tra questa posizione, che radicalizza le interpretazioni «in negativo» del testo, e le proposte che vi scorgono al contrario un dinamismo vitale, che nasce proprio dall’«ombra portata» della negazione e del vuoto, il ventaglio delle prospettive aperte dal convegno allarga e approfondisce il dibattito internazionale sui Mémoires d’outre-tombe. Ivanna Rosi Il Convegno è stato promosso dal Seminario di Filologia Francese, presieduto da Arnaldo Pizzorusso, con la collaborazione dell’Università degli Studi di Pisa, del Dipartimento di Lingue e Letterature Romanze, della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, della Scuola Normale Superiore di Pisa, dell’Istituto Francese di Firenze, della Provincia e del Comune di Pisa, della Casa Editrice Einaudi, della Cassa di Risparmio di Pisa. È stato organizzato da un comitato scientifico composto da Francesco Fiorentino, Tiziana Goruppi, Francesco Orlando, Ivanna Rosi, Gabriella Violato. Presidenti delle sedute sono stati, nell’ordine, Arnaud Tripet, Arnaldo Pizzorusso, Cesare Garboli, Francesco Orlando.

Sommario (cliccando sul titolo di ogni articolo, è possibile scaricare il relativo pdf)

1. Le statut générique des Mémoires d’outre-tombe (Jean-Claude Berchet)

2. Le problème du vœu (Mary Anne O’Neil)

3. La source et le carrefour: modalités de la recherche de soi (Arnaud Tripet)

4. Per una storia della memoria affettiva: il crocevia dei Mémoires d’outre-tombe (Benedetta Papasogli)

5. Il contrappunto comico (Fabio Vasarri)

6. Dai Mémoires de ma vie ai Mémoires d’outre-tombe (Lucia Omacini)

7. Le travail de la négation (Jean-Marie Roulin)

8. Lo sguardo e il giudizio: intorno al ritratto (Filippo Martellucci)

9. Sul tema della patria impossibile (Ivanna Rosi)

10. La Rivoluzione: censure e spostamenti (Piero Toffano)